Dal 1790 ai giorni nostri, le storie parallele di due famiglie separate dal destino. Un naufragio e un delitto daranno vita a un cerchio che si chiuderà solo dopo tanti anni e molte vite. Una linea sottile traccia il confine tra sogno e realtà, mentre un filo invisibile lega due terre: Carloforte e Pegli. Il Romanzo a puntate tratto dal libro “La forma della felicità” di Antonello Rivano

23.Sogni

Antonello Rivano


Pegli 2013

L’aereo è appena atterrato all’aeroporto di Genova. Quando viene dato il nulla osta per accendere i cellulari Ivan estrae il suo; da quando si sono scambiati i numeri di telefono si sono sentiti ogni giorno, anche più volte.

-Ciao Elena, siamo appena atterrati.

-Ivan, che bello sapere che sei così vicino ora.

-Prendo un taxi e mi faccio portare in albergo, ci vediamo domani?

-Si, se non fosse che mi licenzierebbero in tronco scapperei ora, ho preso qualche giorno di ferie, staremo assieme i prossimi giorni.

-A domani allora.

-A domani, quando arrivi nei pressi del “Mediterranee” guardati intorno.

 Non è la prima volta che sbarca nell’aeroporto ligure, ma non era mai stato a Pegli, sarà tutta una scoperta. Appena giunto di fronte all’hotel Ivan trova subito ciò cui alludeva Elena: la targa con l’anello incastonato si trova li. Ricorda quelli che nel cinquecento lasciarono Pegli per andare all’isola di Tabarca, in Tunisia, per pescare il corallo per conto dei Lomellini. Gente che poi fonderanno Carloforte e Calasetta, in Sardegna, e Nueva Tabarca in Spagna.

Si sarebbe aspettato di trovarla vicino al mare, si ricorda però che lei gli ha detto che il lungomare di Pegli ha subito una trasformazione nel corso degli anni, un notevole tratto di arenile è stato cementificato, probabilmente quel tratto comprendeva anche il vecchio molo.

 Dopo cena si reca in camera e si stende sul letto; ripensa a quei mesi passati con Elena, prima la chat, poi il cellulare e infine le video chiamate. Si sono raccontati l’un l’altra, come mai avevano fatto in vita loro. Ora si chiede a cosa lo porterà tutto questo, conoscersi di persona potrebbe cambiare le cose? È ponendosi questa domanda che si addormenta, stanco per il viaggio.

Lo sveglia lo squillo del cellulare, sullo schermo il nome di lei.

-Ehi… hai intenzione di dormire ancora per molto… carlofortino?- La voce è cristallina, si potrebbe dire felice.

-Sono sveglissimo da un sacco di tempo.

-Bugiardo.

-Dammi dieci minuti e ci vediamo per fare colazione, dove sei?

-Qua sotto, se ti affacci mi vedi.

   Non se lo fa ripetere due volte, si getta una camicia addosso e si sporge dalla finestra. In strada, incurante degli sguardi curiosi dei passanti, una biondina saltella sbracciandosi.

-Qua, sono qua, sono io.

Ivan sorride divertito, è proprio come se l’aspettava: una simpatica matta. Sono seduti ad un bar che si affaccia sul mare, una colazione a base di focaccia e cappuccino, si sono salutati come due vecchi amici, senza imbarazzo.

-È da quando ho smesso di navigare che non faccio colazione con la focaccia.

-Sono felice che ti piaccia, è il modo migliore per iniziare la giornata.

 -Ti devo confessare: da noi non la fanno cosi buona, ma se capiti a Carloforte non dirlo ai panettieri.

-Ecco un’altra forma della felicità, un pezzo di focaccia.

-Questa me la devi spiegare.

-Ci sarà tempo, ora iniziamo il giro turistico, alza il sedere, carlofortino.

-Certe parole non stanno bene in bocca a una signora. osserva divertito Ivan.

-E chi ha mai detto di esserlo?

-Spero che poi tu non ti faccia pagare per il lavoro di guida, visto quello che si racconta sui genovesi.

-Pegliese prego, in ogni caso… vedremo.

 Elena si dimostra una guida perfetta, conosce benissimo quei posti, descrive a Ivan ogni cosa con passione e dimostra una cultura, e una conoscenza della storia, che lo sorprende piacevolmente. Hanno già visitato i posti più caratteristici e si trovano nei pressi delle strade del lungomare quando Ivan ha un cambiamento improvviso. Sta parlando delle similitudini con le strade e gli edifici di Carloforte quando, all’altezza di un incrocio, si interrompe di botto. Presa Elena per mano gira bruscamente a sinistra, imboccando un classico carruggiu ligure.

Lei lo segue senza dire nulla, non appare neppure sorpresa. La strada è leggermente in salita, lastricata con pietre rettangolari, circa a metà via, una leggera svolta a sinistra, subito dopo un cancello in ferro battuto, dietro il cancello una scalinata porta a una casa, appena prima di quell’apertura un locale al quale si accede scendendo tre gradini. Di fronte un altro cancelletto delimita una piazzetta.

-Era qua, non era a Genova, era qua- esclama Ivan.

-Come… come conoscevi questo posto?- Elena ora appare scossa.

-L’ho sognato, è una vita che lo sogno.

-Non prendermi in giro per favore Ivan, non tu, non su queste cose.

-Elena, non so cosa tutto questo voglia dire, non ho spiegazioni, ma è la verità.

-Sai perché lo trovo così incredibile e non sopporterei che tu mi prendessi in giro?

-Perché ti ci ho portato senza mai essere mai stato a Pegli?

-Anche, ma il fatto è che io conosco bene questo posto.

-In che senso?

-Vedi quelli cancelletto più piccolo? Ha dei gradini.

-Si l’ho notato, lo vedo perfettamente anche nel mio sogno.

-Su quei gradini mi venivo a sedere da bambina, quando qualcosa mi faceva stare male. Mi sedevo lì e guardavo il cancello e la casa di fronte, era in rovina; l’hanno restaurata da poco.

-Perché venivi qua?-

-Non lo so, era come se aspettassi qualcosa e qualcuno che potesse aiutarmi a stare meglio.

-Ti ricordi quando scrivesti “ti accompagnerò a casa tua”?

-Sì.

-Scrivesti proprio così “ti accompagnerò” non “ti porterò“.

-Credi ci sia un legame?

-Sì, credo che questa, in qualche modo, sia stata la casa di qualcuno legato a me..

-Per quanto possa essere incredibile deve significare qualcosa anche per me.

-Manca solo una cosa, l’odore di trippa, quel locale nel sogno è una tripperia.

-È una gastronomia, forse in passato lo era.

-Elena, forse dopo quello che sto per dirti mi prenderai per pazzo.

-Ho visto di peggio- e così dicendo scoppia a ridere.

-Devo vedere un altro posto, ti ci porto io.

  Ivan non ha lasciato un solo istante la mano di Elena, ritornano sul lungomare e svoltano a destra. Procede sicuro, lei lo segue senza parlare. Stanno camminando da un po’ quando la donna si irrigidisce.

-Come fai a sapere dove abito? Stiamo andando a verso casa mia.-

-A parte il fatto che il nome della via me lo hai detto tu e avrei potuto cercare su “Maps”. Non sto cercando casa tua.-

-Dove vuoi andare allora?-

-So che è qua vicino ma devono essere cambiate delle cose, non riesco ad arrivarci.

-Descrivimelo.-

-È una specie di spiaggetta con un piccolo molo, forse nei pressi c’è un ponte o un cavalcavia.-

-No, non è possibile, questo non è possibile.- Roberta si ferma frenando cosi il passo di Ivan.

-Cosa non è possibile? Cosa ti spaventa?-

-Perché vuoi andare lì?-

-Perché fa ancora parte del mio sogno.-

-Anche del mio.-

Si sono seduti su uno scoglio, la spiaggia è piccola, sembra sia sopravvissuta al cemento con la forza della disperazione, un piccolo angolo di passato. La sabbia è grossa e scura, un piccolo moletto rovinato dal mare e dal tempo.

-Questo è il mio sogno Ivan, è iniziato poco dopo che è morto mio padre, pensavo fosse dovuto al trauma. – Elena si è alzata in piedi e toltasi le scarpe si avvicina al bagnasciuga.

-È un sogno che si presenta spesso: io sono su questa spiaggia, ho i piedi a bagno, in lontananza una barca si sta allontanando, io provo freddo e tanto dolore, ma non è un dolore fisico, è la disperazione per la perdita di qualcuno.

Ogni volta mi sveglio sconvolta e ogni notte ho paura di sognarlo ancora.

  Così dicendo si addentra nell’acqua, la giornata non è fredda, si è sciolta i capelli e alza il viso verso il sole.

Solo ora Ivan si rende conto che lei è vestita di bianco, una leggera brezza fa sventolare la giacchetta che si è buttata sulle spalle.

<<Finalmente la vedo in viso quella ragazza che mi è venuta a trovare per tante notti>> pensa.

-E tu? qual è il tuo sogno legato a questo posto?-

-È simile al tuo, solo che io sono su quella barca.-

-Ma come è possibile, come si può spiegare?- Intanto Elena è uscita dall’acqua e gli si è avvicinata.

-Non lo so, ho letto tanto sui sogni, sulle reminescenze di vite passate, ma non mi è mai capitato di trovare nulla del genere.

-Io sì, si chiamano “sogni sincronici”, ci sono incappata mentre cercavo qualcosa riguardo ai sogni ricorrenti.-

-E…

-Vedi Ivan ci sono molte spiegazioni scientifiche, occulte, parapsicologiche. A te interessa davvero trovare delle risposte a tutto questo?-

-No, non solo non mi interessa ma mi piace che sia così, senza risposte.

-A me interessa solo quello che sto provando in questo momento.

 -Vorrei tanto che fosse simile a quello che provo io

-E se questo fosse stato solo un mezzo per farci incontrare? Se la vita avesse voluto giocare con noi tutti questi anni

-Una specie di enigma che dovevamo risolvere, forse i sogni erano quello.

-Lo sai, vero, che non lo sapremo mai …carlofortino?

-Probabilmente no.

-Lo sai ora che forma ha la felicità Ivan?-  parlando i due si sono avvicinati sempre più.

-No, ma credo che me lo dirai.

-Sì: quella delle tue labbra.

  Ed è allora che il tempo si ripiega e ritorna su se stesso, il passato diventa presente e il presente si trasforma in passato.

  Un abbraccio infinito e un bacio appassionato unisce i due. Elena e Ivan o Caterina e Nicola? forse entrambe le cose. Nello stesso posto due persone sono state separate e altre due unite. A distanza di secoli il fato, il destino, il karma, o forse un dio ravvedutosi, hanno posto rimedio all’antico dolore di due giovani amanti, andando oltre il tempo.

Il cerchio si chiude

Pegli

-Su questa panchina ho imparato tante cose dal mio maestro, alcune mi hanno cambiato la vita.-

Elena stringe forte la mano di Ivan. Sono passati alcuni giorni dal loro primo bacio e non si sono mai lasciati un solo istante, Ivan ha tenuto in albergo i suoi bagagli ma non vi ha più dormito una sola notte.

-Mi hai raccontato di lui ma non mi hai detto come si chiamava.

-Si chiamava Walter, uno sconosciuto che forse non ha mai saputo il bene che mi ha fatto.

-Anche nella mia famiglia ci sono stati sconosciuti che hanno influito nelle vite dei miei antenati e di riflesso nella mia: Pietro, Luigi.

-Io non so quasi nulla del passato della mia famiglia, nessuno ne ha mai parlato volentieri, di sicuro sono sempre stati degli sfigati come me…- e ride.

-Da noi si è sempre tramandato oralmente il passato, qualcosa è andato perduto ma so che la mia capostipite è partita da qua.

-Come tanti carlofortini hai origini liguri, mio nonno me lo diceva spesso.

– Elena, devo tornare a Carloforte, hanno bisogno di me in azienda, devo vedere di risolvere delle cose.

-Insomma, quale è il vero problema di questa benedetta Villa Jolanda?

-È un paradosso: produciamo prodotto di qualità talmente alta che non riusciamo a vendere tutto.

-E comprali tu i prodotti migliori.

 -Come sarebbe a dire?

-Mi hai detto che hai una casa grande, una bella vista sul mare, una terrazza e tanto verde intorno.

-Esattamente.

-Metti su un ristorante di classe, alta ristorazione con prodotti di nicchia.

-Ci vorrebbe un esperto del settore, che sia abbastanza pazzo da iniziare questa avventura con me.

-L’hai appena trovato… trovata.

-Lasceresti tutte le tue sicurezze per venire a Carloforte? Per salvare un’azienda?

-Non per salvare un’azienda, verrò per te, perché non voglio più vivere un solo istante senza di te.

-Sei sicura di questa scelta?

-Un altro, tempo fa, mi ha detto la stessa cosa: sei sicura? Allora stavo rinunciando a una proposta perché non sapevo dove sarebbe stato il mio domani.

-Ti sei pentita di quella rinuncia?

-No, perché se avessi accettato avrei in ogni caso mollato tutto ora. Per la prima volta in vita mia so dove andare, in un’isola. Sempre che tu voglia.

-È l’unica sicurezza che ho, quella di volerti accanto a me. Pure io ho dovuto scegliere tempo fa, spesso mi sono chiesto se avessi fatto la cosa giusta.

-Ti sei mai dato una risposta?

-Solo ora. Se non avessi scelto di abbandonare il mestiere di navigante non avrei iniziato a pubblicare i miei scritti sul web, probabilmente non ci saremmo mai incrociati. Sì, è stata la scelta giusta.

-E chi lo sa. La vita non è così lineare.

-Quando pensi di partire?

-Dammi il tempo di rassegnare le mie dimissioni, sistemare un po’ di cose e vengo da te.

-Ho come l’impressione che stiamo completando qualcosa lasciata in sospeso.

-Come un cerchio che si chiude, pure io sento la stessa cosa.

Epilogo

Carloforte

Carloforte, qualche anno dopo.

-Ti ricordi la prima volta che sei venuta a Carloforte ?-

 Sono sulla veranda, seduti all’ombra del grande fico, è ancora presto perché i tavolini siano occupati dai primi avventori, il loro ristorante è uno dei più famosi della zona, pochi coperti ma prodotti di altissima qualità. Il marchio “Villa Jolanda” è conosciuto nelle cucine dei ristoranti più quotati, grazie alla promozione fatta da Elena.

-Sì, era Febbraio e mi sono fatta  il bagno, la spiaggia qua sotto era troppo invitate.

-Confermandomi così che eri pazza.

-Ero venuta per capire di cosa c’era bisogno per avviare il ristorante, e testare i prodotti per proporli agli chef che conoscevo.

-Ritornasti due mesi dopo, mi avevi lasciato una foto, quella di tuo nonno.

-Con nonno Beppe avevamo promesso che un giorno saremmo venuti assieme a Carloforte.

-Fu solo allora che scoprimmo che si chiamava come il mio: Giuseppe. Io misi quella foto assieme a quella di mio padre.

-Lasciarti quel ritratto è stato molto più di una promessa.

-Lo capii subito. Poi tornasti e cedesti al fascino dell’isola. “Il male dello scoglio” come lo chiamiamo noi. È come se quest’isola ti entrasse dentro e diventasse parte di te. Infatti sei ancora qua.

-Veramente ho ceduto al fascino di un bel signore di campagna, un poeta…- La conversazione è interrotta da risa che provengono dalla spiaggia sotto di loro, risa di bimbi.

-Sai Ivan, penso spesso a come sarebbe stato un figlio nostro, ci siamo incontrati fuori tempo massimo.

-Temo che sarebbe stato un grande testa di c…- Ivan  non riesce a finire la frase, un sonoro ceffone sulla nuca da parte di Elena glielo impedisce.

-La solita manesca …

-Il solito grezzo, e io che pensavo di aver sposato un uomo di cultura.

-Comunque nella prossima vita vediamo di incontrarci prima.

-Pensi sempre che ci sarà data un’altra possibilità?

-Conosci il mio pensiero in proposito, la vita è un continuum, il tempo non esiste.

-Già, ricordo benissimo le nostre promesse di matrimonio fatte di fronte al tuo amico sindaco.

-Che mi chiedeva se ero sicuro di quello che stavo facendo.

-Già …certo che ne aveva fiducia in me all’ epoca.

-Aveva avuto il “piacere” di fare la tua conoscenza, poi anche lui ha capito che oltre a essere pazza sei una persona eccezionale.

– Hei “poeta” non cambiare discorso, ricordi o no le promesse?

– …di esserti fedele e assisterti nella buona e cattiva sorte, nelle tre esistenze di passato, presente e futuro. Non piangere per il passato, non temere per il futuro, viviamo l’attimo presente con passione, saggezza e onestà.

-Sai, Ivan, a volte penso ai nostri sogni, al fatto che, dal momento in cui ci siamo incontrati, non sono più venuti a turbare le nostre notti.

-È vero, come se il loro compito fosse terminato, esaurito. Avevano uno scopo e l’hanno raggiunto.

-Secondo me c’è stato qualcosa di molto più complesso, chissà chi erano quei ragazzi.

-Credi che siano veramente esistiti? Che si trattasse di un fatto realmente accaduto?

-Non lo so, so solo quello che provavo io nei panni di lei: un dolore immenso.

-Probabilmente lo stesso che provavo io su quella barca che si allontanava.

 -Ricordo ancora quella sensazione e le lacrime che continuavano a scendere anche dopo che mi destavo dal sogno.

– Le lacrime hanno tanti significati, Elena.

– Si, come dice quella tua bellissima poesia:
Le lacrime sono il dolore,
che ti uccide il cuore,
toglie il respiro, tormenta l’anima.
Le lacrime sono la commozione

che ti sfiora il cuore,
alleggerisce il respiro, sussurra all’anima.
Le lacrime sono la gioia

che ridà vita al cuore,
ridona il respiro, canta all’anima
Le lacrime sono le parole che non sai dire!
la sua parte finale mi è rimasta dentro, è’ vero “le lacrime sono le parole che non sai dire“. Comunque hai ragione, quest’isola ti strega, ti lega a sé, volente o nolente non puoi più farne a meno. Piuttosto mi chiedo se lei si sia accorta della mia presenza e se mi accetti come un nuovo ospite oppure mi consideri un altro suo figlio, o piuttosto come un corpo estraneo, un pezzo di legno portato sulla spiaggia da una mareggiata o dalle correnti.

-A proposito di pezzi di legno, volevo mostrarti una cosa che ho trovato ieri nel seminterrato della zona vecchia della casa. Credo che siano passati tanti anni da quando qualcuno l’ha riposta là- Ivan prende per mano Elena e la conduce ai piedi del fico.

-Se sei d’accordo la lasceremo qua, dopo averla restaurata.

  Cosi dicendo leva un telo che copre un pezzo di un’asse di legno, sopra vi è una scritta, logorata dal tempo ma ancora visibile: Speranza

FINE

Ogni riferimento a luoghi, fatti o persone reali è puramente causale…o forse no!
Antonello Rivano

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Antonello Rivano
Redattore Capo il PONENTINO

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