LA FORMA DELLA FELICITA’ – 6.L’orco

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Dal 1790 ai giorni nostri, le storie parallele di due famiglie separate dal destino. Un naufragio e un delitto daranno vita a un cerchio che si chiuderà solo dopo tanti anni e molte vite.
Una linea sottile traccia il confine tra sogno e realtà, mentre un filo invisibile lega due terre: Carloforte e Pegli. Il Romanzo a puntate tratto dal libro “La forma della felicità” di Antonello Rivano

6.L’orco

Antonello Rivano



Pegli 1794

Teresa è finalmente tornata a casa dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro, le mani doloranti per il freddo, anche con un tempo inclemente il suo lavoro di lavandaia non conosce soste. Non può permettersi di fermarsi neppure un giorno: Caterina deve badare a Nicolino, e i soldi sembrano non bastare mai. 

– La cena è pronta?

– No mamma, non ancora, oggi il piccolo non è stato bene, deve avere anche un po’ di febbre.

– Si arrabbierà, sai che non sopporta aspettare che il mangiare sia pronto quando arriva.

   L‘ultima frase la dice avvicinandosi al focolare, dove ribolle la pentola con il minestrone fatto con le poche verdure ricavate dal piccolo orto dietro casa. Un’occhiata per rendersi conto che la cottura è molto indietro, cosa più che sufficiente per scatenare l’ira del marito, del resto lui un pretesto per urlare e mettere le mani sulla moglie lo troverebbe in ogni caso, come ogni sera. Nicolino, nonostante la preoccupazione della madre per la sua salute, sta giocando sul pavimento della cucina, la casa è costituita da un unico vano, due teli delimitano la zona dove si trovano i letti.

   Caterina ha avuto da poco notizie di Jolanda: la piccola sta bene, a Carloforte ha trovato delle buone persone che si sono prese cura di lei. Il lascito di Pietro, consistente nella casa e un po’ di danaro, ha fatto il resto. Non se l’è sentita di comunicare alla giovane della nascita del piccolo: suo nipote. Le pare che non sia ancora il tempo; desidera che Jolanda possa vivere la sua vita senza essere legata da vincoli di parentela, non deve sentirsi obbligata a tornare. La rabbia di Teresa verso Nicola si è dissolta, da quando è giunta la notizia del naufragio. Insieme a Caterina hanno deciso di chiamare il piccolo come il padre. Il cognome sarà quello della madre: Baldi.

***

 Cesare Baldi detto U dolcetto, non certo per il carattere ma piuttosto dal nome del vino piemontese di cui era un accanito consumatore, passava tutte le ore in cui era libero dal suo lavoro di scaricatore di porto, nelle bettole a giocare a carte e bere vino. A casa tornava solo la sera, momento in cui aveva bisogno di un piatto caldo di minestra e un letto in cui smaltire la sbornia quotidiana. Questa volta, come al solito, sta rincasando completamente sbronzo, avanza barcollando, puntellandosi agli edifici che delimitano lo stretto carruggiu.

A stento raggiunge la soglia della modesta dimora, con uno spintone spalanca la porta e si staglia con la sua rozza figura sulla soglia di casa.

Teresa e Caterina ammutoliscono e si scambiano uno sguardo preoccupato: questo, da anni, è il momento più temuto della giornata.

***

Non era stato sempre stato così, un tempo Cesare era stato un marito premuroso e gran lavoratore. Poi, era stato durante un temporale che tutto era cambiato: stavano finendo di scaricare una nave, nonostante il vento e l’acqua che veniva giù, vi erano tempi da rispettare, l’armatore aveva fretta e chi doveva ricevere la merce anche.

 Le cime che tenevano ormeggiata l’imbarcazione si tendevano al massimo della loro capacità, sembravano gemere per lo sforzo, poi lo schiocco, una delle cime non aveva retto, l’aria venne sferzata da quella che era diventata un’arma micidiale. Cesare sentì lo spostamento d’aria e vide cadere l’amico con il quale lavorava, diviso in due. Da allora il vino divenne il suo rifugio, la sua fuga da quella visone che lo perseguitava: un uomo tagliato a metà.

Diventò irascibile e violento, attaccava briga con chiunque

e per i motivi più futili, le bettole diventarono la sua casa, un posto dove bere e passare gran parte della giornata. Un orco famelico, una belva che non attendeva altro che di poter aggredire per poter sfogare la sua rabbia.

***

Appena entrato si rende conto che la cena non è ancora pronta, un sorriso beffardo gli si disegna sul viso rendendolo simile a una maschera grottesca.

-Siete due buone a nulla, neppure capaci di preparare un po’ di minestra. Una vecchia rammollita e una puttanella che è stata solo capace di portare disonore in questa casa –

Le parole gli si impastano in bocca, le urla per poter dare più peso alle offese, sono pesanti come pietre per Teresa e Caterina.

 U dolcetto si scaglia contro di loro, pronto a colpire, ma incespica su qualcosa, Nicolino è sulla sua trattoria.

-Toglietemi dai piedi questo bastardo- dice allontanando il piccolo con un calcio.

 Tutto succede in un attimo, Teresa quasi trasfigurata da una rabbia troppo a lungo repressa scatta veloce

– Non chiamarlo mai più così- gli urla in faccia prima di affondarvi le unghie.

 L ‘uomo con una mano cerca di tenere lontano la moglie, l’altra fruga nella tasca dei pantaloni. Caterina capisce cosa sta per succedere, con uno strattone scosta la madre e si mette tra lei il padre. Il coltello esce dalla tasca e finisce dritto nel seno di Caterina, sul lato del cuore.

 La giovane non ha neppure il tempo di pensare muoio, la vita l’abbandona in un istante.

Poi il coltello si muove ancora, assetato di sangue, è la volta di Teresa, che nel frattempo si è riscagliata contro la belva priva di ogni controllo, l’orco che ha rubato la vita a Caterina. Cade riversa sul corpo della figlia, quasi a volerla abbracciare un’ultima volta.

 L’assassino getta via il coltello, ora è perfettamente sobrio, per la prima volta dopo tanto tempo. Si rende conto dell’abominio che ha commesso e fugge via da quella mattanza.

Nicolino è seduto sul pavimento, aspetta che la madre e la nonna si sveglino, non capisce cosa è quella cosa rossa che sembra avvolgerle, lo stesso colore di quella rosa che si è formata sul petto della mamma.

Di Cesare si è persa ogni traccia, qualcuno dice di averlo visto vagare sul molo: osservava il mare.

Continua…]

La prossima settima: Capitolo 7.Un giorno d’agosto


I testi tratti dal romanzo di Antonello Rivano “La forma della felicità” (ilmiolibro.it, 2018) pubblicati sul Ponentino possono non corrispondere totalmente con quelli del libro e sono frutto di una rielaborazione dello stesso autore.

Il libro si può ordinare online su ilmiolibro , su Amazon, sui maggiori bookshop online o prenotarlo nelle librerie Feltrinelli di tutta Italia.
La copertina originale dell’opera è del pittore carlofortino Salvatore Rombi

Antonello Rivano
Redattore Capo ilponentino.it

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