LA FORMA DELLA FELICITA’ – 7.Un giorno d’agosto

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Dal 1790 ai giorni nostri, le storie parallele di due famiglie separate dal destino. Un naufragio e un delitto daranno vita a un cerchio che si chiuderà solo dopo tanti anni e molte vite.
Una linea sottile traccia il confine tra sogno e realtà, mentre un filo invisibile lega due terre: Carloforte e Pegli. Il Romanzo a puntate tratto dal libro “La forma della felicità” di Antonello Rivano

7.Un giorno d’agosto

Antonello Rivano


Carloforte 1860

Nonna raccontami di quando i pirati hanno invaso Carloforte– La richiesta è di quelle che non ammettono rifiuti, del resto Jolanda non sarebbe in grado di negare niente al nipote. Sono seduti all’ombra del grande fico. Nonostante il caldo di una soleggiata giornata di metà estate, la generosa ombra dell’albero garantisce frescura. Carlo è seduto sulle ginocchia dell’anziana. La nonna sorride e si appresta a raccontare la storia che tanto appassiona il nipote, ha perso il conto di quante volte ha dovuto farlo.

Era una mattina di settembre, io avevo sedici anni. La notte prima avevo fatto un brutto sogno. Avevo sognato Pietro, il padrone di questa casa, che ancora una volta ci raccontava le sue avventure dei pirati che diceva di avere combattuto. Con me c’erano mio padre e mio fratello, tutto sembrava come quando eravamo nella casa di Pegli. Io stavo ridendo per le cose buffe che il marinaio inseriva nelle sue storie, ma all’improvviso Pietro si rivolge a me e mi dice di non ridere, che presto avrei capito che cosa voleva dire trovarsi ad affrontare simili situazioni… e mi svegliai.

Quella mattina eravamo ancora a letto. All’improvviso sentimmo grida provenire dal paese; seppure fossimo distanti potevamo chiaramente distinguere quelle dei paesani terrorizzati da quelle dei razziatori. In quel momento, pur non sapendo cosa stesse succedendo, il sogno assunse il suo significato: Pietro, mi stava salvando ancora una volta, mi avvisava di un pericolo che avrei corso. Convinsi i miei genitori a fuggire in aperta campagna, ad allontanarci il più possibile da Carloforte, nasconderci tra la folta macchia mediterranea. Portammo con noi un po’ di cibo e qualche coperta. Ritornammo a casa solo due giorni dopo, era stata svuotata di ogni cosa valore. Chiunque fosse stato aveva frugato in ogni luogo.

 Ci recammo in paese, in ogni parte vi erano i segni della razzia avvenuta, nulla era stato risparmiato, neppure la chiesa. I pochi che incontrammo erano disperati. Venimmo a sapere che erano stati dei pirati tunisini, erano arrivati senza che nessuno se ne accorgesse ed erano ripartiti il giorno dopo portando con loro gran parte dei paesani: uomini, donne e bambini. Ne fecero degli schiavi e li tennero, come fosse merce di scambio, a Tunisi. Li liberarono solo dopo quattro anni.– 

 Carlo è stato ad ascoltare in silenzio, come sempre, anche se non ha capito proprio tutto del racconto della nonna.  Ora la sua fantasia da bambino e la sua vivacità hanno il sopravvento. Scende dalle ginocchia di Jolanda e corre a impugnare un bastone a forma di spada.

Sono Pietro, il terrore dei piratiiiiie corre veloce a combattere la sua personalissima battaglia.

Jolanda sorride, si sente stanca oggi, una stanchezza strana, senza un’apparente spiegazione. È seduta su una comoda poltrona di vimini, a ridosso del tronco dell’albero antico, lo sguardo rivolto al mare, quel mare che ha segnato tutta la sua vita. Pensa a tutto quello che è successo da quando è partita da Pegli. Alla burrasca, al momento in cui Nicola la gettò in mare. Alle persone che l’aiutarono dopo averla trovata in spiaggia, all’eredità di Pietro. E ancora al giovane carlofortino che le rubò il cuore, al loro matrimonio.

Al figlio e alla nuora che le hanno regalato quel nipote che lei adora. È ancora assorta in quei pensieri quando vede la barca che si sta avvicinando alla riva, ed è allora che sente la prima fitta al braccio. È un dolore forte che sembra provenire dal cuore, ma quello che sta vedendo ora le farebbe sopportare qualunque cosa. La barca è sempre più vicina, può chiaramente vedere la bandiera che sventola sull’albero: una croce rossa in campo bianco, la bandiera genovese.

 La Speranza è arrivata al piccolo molo, Jolanda non riesce più a vederla, gli alberi di ulivo che delimitano il podere ne impediscono la vista. Il dolore è sempre più forte, con uno sforzo tremendo cerca di alzarsi in piedi, sa che stanno salendo il piccolo sentiero che dal mare porta al cortile dove si trova. Finalmente li vede: Pietro, Tonio e Nicola. Vorrebbe correre loro incontro per accorciare, annientare, quella distanza che ancora li separa. Ancora una fitta, tremenda, come un colpo che la fa ripiombare sulla poltrona. Un istante e poi ogni dolore sparisce, solo pace. Le sono tutti accanto, l’equipaggio è ricomposto, il leudo è pronto a ripartire.

[Continua…]

La prossima settima: Capitolo 8.Lino Baldi


I testi tratti dal romanzo di Antonello Rivano “La forma della felicità” (ilmiolibro.it, 2018) pubblicati sul Ponentino possono non corrispondere totalmente con quelli del libro e sono frutto di una rielaborazione dello stesso autore.

Il libro si può ordinare online su ilmiolibro , su Amazon, sui maggiori bookshop online o prenotarlo nelle librerie Feltrinelli di tutta Italia.
La copertina originale dell’opera è del pittore carlofortino Salvatore Rombi

Antonello Rivano
Redattore Capo ilponentino.it

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