Dal 1790 ai giorni nostri, le storie parallele di due famiglie separate dal destino. Un naufragio e un delitto daranno vita a un cerchio che si chiuderà solo dopo tanti anni e molte vite. Una linea sottile traccia il confine tra sogno e realtà, mentre un filo invisibile lega due terre: Carloforte e Pegli. Il Romanzo a puntate tratto dal libro “La forma della felicità” di Antonello Rivano

21.La forma della felicità

Antonello Rivano


Pegli 2010

-E ringrazia che oggi sono calma e non voglio arrabbiarmi. – Lo dice mentre scaglia dalla finestra un borsone sportivo, il lancio è stato preceduto nell’ordine da: un PC portatile, alcune racchette da tennis, un trolley, scarpe in ordine sparso. L’uomo guarda a distanza di sicurezza quella strana pioggia, mentalmente cataloga quanto sta venendo giù, allo scopo di capire quando sarà il momento di andare a raccattare il tutto e filarsela: manca ancora il tablet. L’oggetto elettronico non tarda ad arrivare, frantumandosi al suolo.

-Vediamo se ora è ancora buono per chattare con le tue troiette. -La furia bionda urla ancora qualcosa. -E con questo tutta la tua rumenta è fuori dalle palle, come te. Elena sorride soddisfatta della sua opera di pulizia, un altro che ha provato  a prenderla in giro, un altro che ha provato la sua ira.

 Il malcapitato in questione in questo momento sta raccogliendo quanto si è sparso per strada, ogni tanto si tocca l’occhio pesto. << Quella picchia peggio di un uomo>>, pensa, ringraziando che il tutto è successo in un’ora in cui la gente preferisce starsene in casa. La donna guarda l’orologio, è tardi, domani mattina si lavorerà e deve percorrere tanta strada. Il nuovo lavoro l’ha portata a Portofino in un ristorante sul mare. La casa di Pegli ora le serve unicamente come base cui ritornare solo un giorno la

settimana, per il resto del tempo ha preso un monolocale in affitto nelle vicinanze del borgo turistico.

 Quindici anni prima non aveva accettato l’offerta di entrare in società con il ristoratore genovese, preferendo continuare a lavorare da lui come dipendente.

-Sei sicura Elena?-

-Si signor Ottavio, preferisco continuare a stare da lei senza altri vincoli che il mio contratto di lavoro.

-Peccato, ci avevo sperato. Comunque resta inteso che potrai lavorare qua sino a quando lo vorrai.

-Per me è un piacere avere un datore di lavoro come lei, le devo molto.

-Cara Elena, siamo io e il mio ristorante che dobbiamo a te il successo che abbiamo avuto negli ultimi tempi, sei bravissima nel tuo lavoro.

-È perché lo amo, il più grande amore della mia vita, almeno lui non mi ha mai tradito.

-Dai, lavoreremo ancora a lungo assieme. –

 Ottavio non fu buon profeta, un anno dopo, senza che nulla lo facesse presagire, l’uomo fu colto da un infarto. Si stavano salutando dopo aver chiuso il locale.

-A domani folletto biondo.

-A domani signor Ottavio.

 Lui si apprestava a chiudere la saracinesca del locale, Elena si stava avviando dandogli le spalle. Alla ragazza sembrò strano non sentire il rumore famigliare della serranda metallica, si voltò per vedere cosa fosse successo. Il ristoratore era accasciato per terra, privo di sensi. La telefonata al 118, la corsa in ospedale, tutto inutile, Ottavio era morto prima di giungere al pronto soccorso.

 Alcuni giorni dopo Elena venne a sapere che il locale era stato ereditato da un nipote di Ottavio, il quale non aveva nessuna intenzione di portare avanti l’attività. All’improvviso si trovò senza lavoro.

  La sua abilità in cucina fece in modo che il periodo di disoccupazione fosse molto breve, trovò quasi subito lavoro in un ristorante non lontano da Pegli. Da lì in avanti fu un continuo cambiare, a volte per sua volontà altre per i più vari motivi. Tutta questione di Karma si ripeteva, un modo per giustificare gli avvenimenti che condizionavano la sua vita guardandoli attraverso una chiave di lettura in cui credeva profondamente. Era stata la prima cosa che aveva appreso dal suo maestro, un vecchio marinaio di origini venete.

 Lo aveva conosciuto una sera nel ristorante di Ottavio, durante il suo abituale giro dei tavoli per vedere se gli avventori avevano gradito quanto aveva cucinato. Notò subito quel signore barbuto, seduto da solo a un tavolo d’angolo. Il suo aspetto parlava di serenità e saggezza: era ormai ora di chiusura, Elena gli chiese se avesse passato una bella serata e se gli era piaciuto quanto aveva mangiato.

Il vecchio sorrise, dicendo solo: -Si, grazie.-

Solo due parole, ma in quel “grazie” vi era tanto di più, rispetto ad ogni altro “grazie” che avesse mai ascoltato. Fu così che si fermò a parlare con quello strano personaggio, parlarono della gratitudine, e di tanto altro ancora. Ci furono altri incontri, si davano appuntamento nei giorni di riposo di Elena, sul lungomare di Pegli. Seduti di fronte al mare, erano maestro e allieva. Walter, cosi si chiamava il veneto, parlava a Elena di una religione venuta da lontano, una fede che era soprattutto una filosofia di vita.

-La cosa più importante è capire che a ogni causa che mettiamo nella nostra vita, seguirà sempre un effetto.- Il vecchio parlava con lo sguardo perso nell’azzurro del mare.

-Noi subiamo gli effetti delle cause messe in questa vita e in quelle passate. Nello stesso modo le cause di questa vita potranno dare effetti in questa o nella prossima.

 A volte Elena si perdeva dietro i ragionamenti dell’anziano marinaio.

-E la mia sfiga a cosa è dovuta?

-Non è sfiga, è karma.

– E che devo fare, tenermi sta sfig… sto karma?

-Il karma è mutabile, non confonderlo con quello che molti chiamano destino.

-E che devo fare per cambiarlo?

-Inizia con il mettere buone cause.

Un giorno che pioveva si sedettero al tavolo del bar del molo, faceva freddo e ordinarono due tazze di cioccolato caldo.

-Walter, secondo te che scopo abbiamo nella vita?

-Quello di essere felici.

-Come se fosse facile, come se la felicità fosse così facile da raggiungere.

-Molto più facile di quanto pensi, bisogna solo riconoscerla, a volte ha pure una forma.

-E che forma ha la felicità?

Walter sorrise, volse lo sguardo al tavolino sul quale fumavano le due tazze di cioccolato.

-La felicità ha la forma di una tazza di cioccolato caldo.-

-Cioè…?!

-Vedi Elena, non esiste né passato né futuro, ma solo

l’attimo presente. In questo istante la nostra felicità è avere una cioccolata calda da sorseggiare mentre fuori piove.

-Vuoi dire che spesso abbiamo la felicità a portata di mano e non ce ne accorgiamo?

-Esatto, a volte è anche perché abbiamo paura di essere felici.

-Perdonami Walter ma questa non la capisco.

-Te lo spiego la prossima volta, ora abbiamo una felicità da gustarci prima che si raffreddi.- I due risero assieme, effettivamente in quel momento erano felici, maestro e allieva.

-Ci vediamo Mercoledì prossimo?-

-Si Elena, stesso posto stessa ora, ti voglio parlare di un’altra cosa importante.-

-Pure io ti devo dire una cosa importante, una cosa che mi devi aiutare a capire.-

Non ci fu modo, per Elena, di sapere cosa fosse stata la cosa di cui Walter le voleva parlare. L’uomo non si presentò all’appuntamento successivo, e neppure dopo. Non vi fu modo di contattarlo in alcun modo. Non le aveva mai dato il suo numero di cellulare, semplicemente perché non ne aveva mai avuto uno. Lei si rammaricò soprattutto di una cosa: non aver avuto il tempo di parlargli del suo sogno.

[Continua…]

La prossima settima: Capitolo 22.Incroci

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Antonello Rivano
Redattore Capo ilponentino.it

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