I racconti del Blue Avana – (19) Occhio alla palanche

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La “Concessionari di Automobili Pubbliche – Società Cooperativa a Responsabilità limitata“, cioè la società che raggruppa buona parte dei tassisti genovesi, ha compiuto nel 2013 i cento anni di attività. Questi, che pubblicheremo a puntate, seguendo la sequenza dei capitoli del libro Blue Avana. 100 anni di taxi a Genova di Pier Guido Quartero, pubblicato con l’editore Liberodiscrivere nel 2013, sono gli episodi più curiosi e quelli più significativi narratici dai tassisti genovesi, in attività o in pensione. Dalla calda vita della Via Pré degli anni ’50 alle corse in ospedale per salvare vite umane, dagli anni di piombo ai clienti strambi, taccagni o fin troppo generosi, dai personaggi del calcio e dello spettacolo alle lotte sindacali. Il tutto narrato attraverso le chiacchiere di una combriccola di amiconi, creati ad arte dall’autore, che perdono un po’ del loro tempo al Blue Avana: un locale come non ce ne sono più…

Occhio alle palanche (la trattoria della Marisa e i biglietti omaggio dei Gadolla)

Pier Guido Quartero

Ora voi non ci crederete, ma è andata proprio così. Però devo av-visarvi che è una storia un po’ lunga, perché parte da lontano, e quindi voi mettetevi comodi, che ci vorrà un po’.

Va bene. Quando ero piccolo, ma proprio piccolo, all’inizio degli anni cinquanta, avrò avuto due o tre anni, c’era una ragazza di Pedemonte che aiutava mia mamma nei lavori di casa e si chiama-va Marisa e, dato che è stata una delle prime persone che ho cono-sciuto e ci stavo tanto tempo insieme, mi è rimasta impressa nella mente per tutta la vita, anche se poi è andata via presto, che mio papà è morto sul lavoro e le cose sono cambiate e, insomma, è andata come è andata.

Io mi ricordo che una cosa che mi piaceva tanto era quando mi faceva sedere sulla galera quando tirava la cera. La galera era una specie di grosso lingotto di ferro o di piombo, comunque roba pesante, attaccato a un bastone con un anello, in modo che rima-nesse snodato, e ci si metteva sotto lo straccio con la cera per luci-dare i pavimenti, quando non c’era ancora la lucidatrice, che ades-so non si adopera più neanche quella. A metterci un bambino so-pra, si ottenevano due risultati: la galera pesava un po’ di più e quindi lavorava meglio e il bambino si divertiva e non dava fasti-dio.

Poi mi ricordo che aveva un fidanzato che ogni tanto veniva a trovarci, quando andava a sparare, e portava i tordi e diceva che la cosa buona di quella caccia lì non erano gli uccelletti, ma il sugo che facevano che dava gusto alle patatine arrosto; e voi adesso sa-rete animalisti e probabilmente avete anche ragione, ma a quei tempi andava bene così, datemi retta. E mi ricordo anche, e poi basta, quando facevamo le vacanze a Cortino, vicino alla Crocetta di Orero, perché a quei tempi si andava lì, o a Crocefieschi o a Savignone o a Torriglia, altro che Cortina o le crociere alle Maldi-ve… E lì me la vedo ancora che preparava il polpettone di patate saltato nella padella nera, di ferro, mica nel forno, che prendeva quel bel gustino un po’ fritto, che sono passati sessant’anni ma me lo ricordo ancora.

Va ben. Voi mi domanderete dove voglio andare a parare, e avete anche ragione, ma io ve lo avevo detto che partivo da lontano ed era una storia lunga. E comunque, glielo stavo raccontando a Pao-lo l’altra volta, che mi è successa questa cosa.

Voi lo sapete, perché credo di avervelo detto, che ogni tanto mi provo a scrivere delle cose, e era uscito un librino mio che parlava di gite nella periferie di Genova e avevano pubblicato un articoli-no sul giornale eccetera. Sarà qualche mese fa, una sera verso le otto mi arriva una telefonata di una signora che parla in genovese e mi dice:

– Sciä me scûse, mi sono vëgia e devo domandä, ma sciä sà, mì gh’ho ot-tant’anni e sciä l’agge pasiensa.

E io penso che è una che ha sbagliato numero di telefono e però, visto che è una persona anziana, vedo se posso darle una mano. E lei mi dice che ha visto l’articolo sul giornale, e allora io penso che non si è sbagliata e mi incuriosisco e lei mi dice che sta a Pede-monte e a me mi squilla un campanellino nella testa e le chiedo come si chiama e te lo lì, avete indovinato: dopo sessant’anni, di nuovo la Marisa. Io non so quanti hanno avuto una fortuna del genere di ritrovare una persona cara in questo modo, ma devo dire che è stata una emozione grandissima. E poi il bello è che la Mari-sa, che adesso ha ottant’anni, ha una trattoria, lì a Pedemonte, at-taccata alla Chiesa di San Rocco, e sono andato a trovarla e fa dei ravioli buonissimi e il bollito e la cacciagione e il fritto e tutte quelle cose che si dovrebbero trovare nelle trattorie di campagna. E lei è un donnìn profumato di borotalco e tutte le volte che ci vediamo ci viene un po’ da piangere a tutti e due dalla commozio-ne e dal piacere di essere di nuovo vicini.

E questa è la storia che io ho raccontato a Paolo, che è quel taxista in pensione di cui vi ho già parlato altre volte, e quando l’ho finita mi ha detto che ero stato proprio fortunato e mi ha anche chiesto se una volta ci andiamo insieme, dalla Marisa, e mi sa che dovrò portarci un bel po’ di persone, perché tutti vogliono assaggiare quei ravioli. E a quel punto lì Paolo mi ha detto:

– Sicuro che quando mi hai raccontato della galera e delle vacanze a Cortino o a Torriglia mi hai proprio fatto ricordare quei tempi, che quando tu avevi tre anni io ce n’avevo una ventina e comin-ciavo a lavorare e mi hai fatto tornare in mente anche dei perso-naggi che mi era capitato di trasportare. C’era la Wanda Osiris, e più tardi mi è capitata la Mina, e mi ricordo anche quando il Car-dinale Siri si faceva portare, quasi in incognito, senza tante scene, a controllare dei lavori di costruzione in Via Stefanina Moro, nella bassa Val Bisagno. Erano tempi che eravamo giovani e avevamo anche tante speranze, anche se le palanche non erano tante e tutti ci stavamo attenti, anche quelli che stavano meglio.

Qui, lui si è fermato un momento, come per raccogliere le idee, e io ho capito che stavamo entrando nel vivo e che c’era una storia nuova da registrare e mi sono fatto più attento. Infatti dopo un po’ ha ricominciato:

– Tanto per dirti di gente attenta a quello che spendeva, una volta al Teatro Margherita, molti anni prima che riaprissero il Carlo Felice, erano venuti i Platters, quelli famosi che cantavano Only You. E questi Platters hanno fatto il loro spettacolo e poi doveva-no ripartire, non so se per Roma o per Milano, fatto sta che fanno chiamare il taxi e ci sono capitato io. Ora, saprai che le tariffe di trasporto hanno una base e poi ci sono i supplementi per il carico e, quando noi arrivammo alla stazione ferroviaria di Principe, dato che il gruppo era composto di cinque cantanti, io applicai l’incremento per le tre persone eccedenti lo standard, che era di due. Beh, non ci crederai, ma quei bei tipi si vede che hanno pen-sato che volessi imbrogliarli, e continuavano a indicare il tassame-tro con quei loro ditoni e non volevano darmi più di quello che indicava e loro non parlavano una parola di italiano e io di inglese ne masticavo troppo poco per spiegargli e così per fortuna è pas-sato un vigile e io lì gli ho raccontato tutto e lui gli ha detto che andava bene, così alla fine mi hanno pagato, a denti stretti, ma so-no convinto che, quando sono partiti, erano convinti che gli ita-liani fossero riusciti a fregarli.

– Ma guarda un po’ – ho commentato io – Chi avrebbe pensato che gente così ricca e famosa sarebbe stata attenta a quattro spiccioli, che poi, a quei tempi, con pochi dollari in tasca, qui da noi eri un signore…

– Ce n’ho un’altra, da raccontarti, – ha detto lui a questo punto – se hai pazienza, e questa volta riguarda dei genovesi. Parliamo di tempi più vicini a oggi, sebbene ormai anche questi ricordi comin-cino a sbiadire. Il 5 Ottobre 1970, credo proprio che fosse quel giorno lì, alle cinque e mezza del mattino mi arriva una telefonata da Angelo Costa, che era il Capo della Squadra Mobile. Ci cono-scevamo bene per via di una serie di motivi che ora non è il caso che ti stia a raccontare, e comunque lui mi chiama e mi dice che ha bisogno di un favore e io: figurati se non faccio un favore al mio amico Capo della Mobile. E lui mi dice che gli serve il mio taxi per seguire in incognito una Porsche che doveva andare a fare una cosa. E io gli spiego che, se un mio collega vede la mia auto che gira senza me a bordo, pensa subito che me l’abbiano rubata e ad-dio incognito, e allora lui mi dice che bisognerà che vada anch’io e mi spiega qual’è la situazione.

E qui Paolo si è un po’ grattato la gola, così ho capito che aveva una necessità e anche che potevo interromperlo senza paura di offenderlo e gli ho chiesto se per caso aveva la gola secca a furia di parlare e lui, dopo averci pensato bene, perché lui ci pensa sempre bene, mi ha risposto che sì, aveva la gola un po’ secca, e allora io gli ho chiesto se per caso potevo offrirgli qualcosa per bagnarla un po’ e lui ci ha pensato di nuovo un po’ su, con gli occhi quasi chiusi, e alla fine mi ha detto che l’ideale sarebbe stato un bicchie-rino di Camatti con vicino un altro bicchierino di acqua minerale frizzante. E poi ha precisato che l’acqua l’avrebbe preferita di can-tina, perché calda non va bene, ma quella di frigo potrebbe far male. Così io ho trasmesso la richiesta a Aldo, che si è dato subito da fare e ci ha portato tutto quello che Paolo desiderava e anche un bicchiere di spuma al cedro per me. A questo punto, dopo che tutti e due avevamo preso un primo sorso delle nostre bibite, il vecchio maestro ha ripreso il suo racconto.

– Dunque – ha detto – Dove eravamo rimasti? Ah, già. Angelo Co-sta mi spiega che la banda 22 Ottobre ha rapito Sergio Gadolla e che bisogna andare a pagare il riscatto, allo scoglio di Quarto. Co-sì io prendo il taxi e carico Costa e un questurino con una cine-presa, che deve cercare di filmare tutto quello che può e prima passiamo da De Ferrari, dove vanno in banca a ritirare i soldi, e poi andiamo verso levante, ma si vede che qualcosa non ha fun-zionato perché all’appuntamento non si presenta nessuno e così, per quel giorno, tutto finisce lì.

– E cosa c’entra tutto questo con la gente attenta ai soldi? – ho chiesto io, incautamente.

Paolo mi ha guardato con lo stesso fastidio con cui avrebbe con-templato una mosca posata sul suo prosciutto, e ha fatto anche un movimento così, con la mano, proprio come se volesse levarsela di torno, quella dannata mosca.

– Tu hai sempre fretta, vero? – mi ha detto. E poi:

– La storia non è ancora finita. Nella questione rapimento, io non sono più stato coinvolto e so le cose che sanno tutti, perché le ho viste sul giornale. Il mio principale ricordo personale di quell’avventura è stato la pisciata che sono riuscito a fare solo alla fine di tutta la manfrina, dopo ore che avevo dovuto rimanere vi-gilante e disponibile per qualsiasi esigenza operativa della Questu-ra, e devo dire che lì ho capito quali sono i veri sacrifici della vita quotidiana di quella gente lì, al di là delle sparatorie e dei momenti di gloria… Comunque, ti stavo dicendo che lì è finita la prima parte, ma c’è una coda. Circa un anno dopo, mi capita di caricare uno del giro Gadolla. Non ti sto a dire di preciso chi fosse, se uno di loro o dell’entourage, comunque uno che contava e che era mi-schiato nel business dei cinematografi, che allora loro avevano tutte le sale più belle di Genova, e così, sperando che lui mi allu-ghi due biglietti, gli racconto della mia avventura a Quarto e delle sofferenze patite dalla mia vescica. E qui viene il bello, perché in quelle giornate la Cooperativa Taxi aveva fatto un accordo pro-mozionale con il Comune di Genova, che prevedeva uno sconto del dieci per cento per chi avesse chiesto il trasporto dal centro verso la periferia e, quando siamo arrivati a Nervi, questo tale, invece di darmi i biglietti del cinema, come avevo sperato, mi fa: “Ma non è oggi che c’è lo sconto speciale per chi va in periferia?”, così ho avuto il danno e la beffa, capito cosa vuol dire stare attento alle palanche?

Pier Guido Quartero Pier Guido Quartero
Opere dell’autore pubblicate da Liberodiscrivere

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