Blue avana

I racconti del Blue Avana – (4) Jo Condor e il maresciallo

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La “Concessionari di Automobili Pubbliche – Società Cooperativa a Responsabilità limitata“, cioè la società che raggruppa buona parte dei tassisti genovesi, ha compiuto nel 2013 i cento anni di attività. Questi, che pubblicheremo a puntate, seguendo la sequenza dei capitoli del libro Blue Avana. 100 anni di taxi a Genova di Pier Guido Quartero, pubblicato con l’editore Liberodiscrivere nel 2013, sono gli episodi più curiosi e quelli più significativi narratici dai tassisti genovesi, in attività o in pensione. Dalla calda vita della Via Pré degli anni ’50 alle corse in ospedale per salvare vite umane, dagli anni di piombo ai clienti strambi, taccagni o fin troppo generosi, dai personaggi del calcio e dello spettacolo alle lotte sindacali. Il tutto narrato attraverso le chiacchiere di una combriccola di amiconi, creati ad arte dall’autore, che perdono un po’ del loro tempo al Blue Avana: un locale come non ce ne sono più…

Jo Condor e il maresciallo (taxisti e vigili: una convivenza non sempre tranquilla)

C‘era questo tizio, l’altra mattina, che è entrato dentro incazzato come una biscia. Io ero seduto ad un tavolo d’angolo del bar, in-sieme a Filippo, che è quello del piano di sotto e fa la manuten-zione ai giardini e quando c’è poco lavoro o magari piove troppo viene a giocare a dama con me giù al Blue Avana.

Questo qua, dicevo, è entrato nel locale a passi lunghi e pesanti e si è piantato davanti al banco e ha detto, a voce alta:

– Avete dei vigili ben stronzi da queste parti!

Io ho guardato Filippo, e Filippo ha guardato me, e non abbiamo detto niente. Anche Aldo, che se ne stava dietro al banco a asciu-gare i bicchieri, non ha detto niente. Il tizio si è seduto su uno di quegli sgabelli alti che ci sono davanti a quel bellissimo bancone di zinco tutto ben lucidato che è il vanto del locale e ha chiesto un biancamaro e poi ha guardato Aldo fisso negli occhi e gli ha detto:

– Ma lei lo conosce il vigile che gira qua fuori?

E Aldo lo ha guardato anche lui e ha posato il bicchiere che stava asciugando e anche lo strofinaccio e ha puntato le mani sull’acquaio e gli ha chiesto:

– Ma lei, perché mi fa questa domanda?

E l’altro, ancora esagitato, ha detto: – Ho lasciato qui l’auto in doppia fila per andare a prendermi il giornale e quando sono tor-nato c’era la multa. Avete un vigile ben stronzo, da queste parti!

Ora, dovete sapere che da noi, a quell’ora del mattino lì, nessuno può parcheggiare in doppia fila, perché c’è una tale ressa di auto-mobili che, se proprio ti devi accostare, sei fortunato se trovi un posto in terza. Naturalmente, se non si trova in qualche posto di dimensioni fuori dal normale, tipo piazza Tien An Men, solo un pazzo può pensare di lasciare incustodita un’automobile in terza fila, perché il vigile, in quel casino, non può capire se sei andato a comprare il giornale o se sei andato in gioielleria a comprare un regalo alla tua fidanzata, e agisce di conseguenza.

Aldo ha provato a spiegare la cosa al cliente esagitato, dicendogli anche che noi conoscevamo tutti abbastanza bene i vigili di zona e che si trattava in genere di brave persone che cercavano di salvare la botte piena del traffico regolare e la moglie ubriaca delle esigen-ze di posteggio dei residenti e di chi lavorava in zona. Il tizio però non ha gradito la risposta, tant’è vero che non ha detto più una parola. Si è scolato in fretta la sua bibita e ha pagato, lasciando i soldi sul banco e uscendo senza salutare.

Aldo, che come vi ho già detto altre volte fino ai cinquant’anni ha fatto il tassista, si è rivolto me e a Filippo, che in quel momento eravamo gli unici avventori, per commentare l’avvenuto.

– Certa gente non capisce proprio niente. Questo qua pretendeva che, in mezzo a un casino infernale, i vigili tenessero conto delle sue esigenze personali, ben al di là delle normali regole del traffi-co. Mi chiedo cosa sarebbe successo, se si fosse trovato ad avere a che fare con certi personaggi che mi sono capitati quando guidavo il taxi.

Io e Filippo, la nostra partita a dama l’avevamo già finita, e così ci siamo avvicinati al banco:

– Devo pagare due spume al ginger – ho detto io, che avevo perso. E poi: – Ma ne hai conosciuti tanti di vigili cattivi?

– Cosa vuoi… di cattivi cattivi ce n’erano pochi: in genere era gen-te che cercava di capire noi, e noi cercavamo di capire loro. Tutto sommato, eravamo tutti persone che lavoravano sulla strada come le bagasce ed era interesse di tutti intendersi e far filare le cose nel modo migliore possibile. Poi, però, ogni tanto qualche testa matta ti capitava. Ce n’era uno famoso, che aveva anche un soprannome: lo chiamavamo Jo Condor.

– C’era un personaggio di Carosello, se non mi ricordo male.

– Infatti: non so neanche più a cosa si riferisse la réclame, doveva essere qualche prodotto per la casa, e comunque c’era questo fu-metto, con un condor spelacchiato che faceva dispetti ad un paesi-no felice, e alla fine arrivava un gigante buono che lo rimetteva a posto…

– Gigante, pensaci tu!! – Filippo, con voce stentorea, si era lanciato nella riesumazione del jingle della pubblicità d’antan che avevamo appena rievocato.

– E questo vigile si comportava come Jo Condor, creando fastidi inutili a tutti noi. Non ho mai capito perché. Non sembrava nean-che stupido, ma piuttosto una specie di maniaco. Applicava i rego-lamenti in una maniera punitiva…

– Per esempio?

– Dei regolamenti di stile e comportamento li abbiamo sempre avuti. Oggi, magari, si punta di più l’attenzione sulla sicurezza e sul rapporto con il cliente e il turista. Allora ne venivamo da un’epoca in cui il tassista era quasi uno chauffeur a noleggio, quindi con tutta una serie di manfrine rispetto all’estetica del me-stiere. Dovevamo tenere in testa il berretto con la visiera, e d’inverno c’era l’obbligo di cravatta e d’estate ci toccava tenere la giacchetta blu di tela. E poi c’era il divieto di calzini bianchi; e naturalmente l’automobile doveva essere in perfetto ordine forma-le.

– E Jo Condor?

– Lui aveva due specialità: se decideva che ti voleva incastrare e non trovava nulla, allora passava il dito guantato sulla carrozzeria dell’auto e ti faceva la multa per la polvere.

– E l’altra?

– L’altra, veramente, l’ha usata una volta sola: aveva trovato uno con un paio di calzini bianchi, e non solo gli ha fatto la multa, ma pretendeva che tornasse a casa, fino a Apparizione, per cambiarse-li. Beh, quella volta lì ci siamo veramente stufati, e ci siamo messi tutti a girare per il centro a passo d’uomo. Così, alla fine, il loro capo lo ha levato dalla strada. Quando poi prendono le bastonate, ti dispiace perfino, ma quello lì se l’era proprio voluta.

– Da non crederci… E non ce ne sono stati altri?

– Mah, di quel tipo lì ce ne sono stati altri, ma non come Jo Con-dor. Invece mi fai venire in mente ora che una volta ho trovato un tipo, un carabiniere, che non so se era sempre così, ma quella volta lì è stato proprio un bel campione di ottusità.

– E quella volta lì che mi dici tu, me lo racconti come è andata? – Ha chiesto Filippo, che per le storie c’ha una passione anche lui: come le ciliegie, che una tira l’altra.

Aldo è uscito fuori dal banco e si è venuto a sedere anche lui sullo sgabello alto, in mezzo a noi. Ha preso una coppetta di noccioline e ne ha sgranocchiato due. Poi ce l’ha allungata e si è messo a ri-cordare:

– Era una notte buia…

– … e tempestosa. – Ho aggiunto io, che di frasi fatte me ne inten-do.

– … e tempestosa, come dice Peo (Peo sono io, forse non ve lo avevo ancora detto, ma andiamo avanti con la storia). Avevo cari-cato a Principe una coppia di persone anziane, con due valigioni. Ne venivano da Milano, dove erano andati qualche giorno a trova-re la figlia, che aveva dovuto trasferirsi là per seguire il marito, impiegato di banca. Lo avevano promosso, il marito della figlia, e così lei aveva dovuto andarsene a Milano con lui, ma loro ci sof-frivano, anche perché questa ragazza era la loro unica figlia. Que-ste cose ve le dico perché me le aveva raccontate tutte la donna, una vecchietta vivace, anche se un po’ troppo lamentosa, che se ne stava stretta nel cappotto, dritta sul sedile e parlava in continua-zione, come una macchinetta. Il marito, invece, che era un ciccione un po’ sfatto, si era abbandonato sul sedile e sembrava che non avesse più forze, o che dormisse, e comunque non ha mai aperto bocca, se non per dirmi, con una vocetta asmatica, l’indirizzo dove dovevo portarli, che era dalle parti di Via Donghi. Insomma. Me li sono portati fino su in via Donghi, sotto l’acqua, con questa vec-china simpatica ma petulante che continuava a parlarmi nelle orecchie. Quando siamo arrivati, c’era anche da fare quattro o cin-que scalini, e io mi sono impietosito, perché lei era come un uccel-lino e lui sembrava proprio arrivato all’ultimo dei suoi giorni e c’era da aver paura che gli venisse un coccolone e così gli ho por-tato su le due valigie, una per mano, fino al portone di casa e poi li ho aiutati ad aprire, che non riuscivano neanche a tenere le chiavi in mano, e gli ho ancora portato il bagaglio fino all’ascensore e ho aspettato che arrivasse giù la cabina e gli ho messo tutto dentro e a quel punto il vecchio forse ha avuto un sussulto di orgoglio e mi ha messo in mano due biglietti da mille e mi ha detto in un soffio: “Lei è stato molto gentile, ma adesso basta; ce la caviamo da soli”.

– E il carabiniere ottuso? – ho domandato io.

– Calma, che ora ci stiamo proprio arrivando. Dunque, io esco e non trovo più la macchina: ci avevo lasciato le chiavi dentro, tenu-to conto dell’ora e del tempo, e invece era saltato fuori qualche furbo che se l’era presa.

– Ossignùr!

– Ecco, anche io ho detto qualcosa del genere – Aldo sogghigna, si vede che il ricordo, in fondo, non gli fa poi tanto male…

– E allora?

– E allora sono salito in casa dei clienti e gli ho chiesto di usare il loro telefono, poi ho chiamato un collega sul posteggio più vicino e mi sono fatto portare alla stazione dei Carabinieri di lì per pre-sentare la denuncia di furto, che poi tutto si è risolto bene, perché il taxi me lo hanno ritrovato due giorni a dopo a San Desiderio, senza un graffio. Ma qui, nel momento in cui faccio la denuncia, voglio dire, viene il bello.

– Cioè?

– Cioè, era la prima volta che mi capitava una cosa così, ero piut-tosto giovane e per di più avevo cambiato automobile da poco, così, quando ho dovuto dare gli estremi del mezzo, mi sono pian-tato lì come un idiota.

– Ma, scusa, l’idiota non doveva essere un carabiniere?

– Calma, che ci arriviamo. Allora succede che io mi rendo conto che per una serie di circostanze non sono in grado di dare il nu-mero di targa a questo Maresciallo, e gli dico come stanno le cose e gli dico anche che posso chiamare al telefono in Cooperativa oppure a casa e in un minuto il problema è risolto. E lo sai cosa mi risponde, questo bello spirito? Mi dice, tutto collaborativo: “Non si preoccupi, se non si ricorda il numero di targa, basta che mi dia quello del telaio…”. Hai capito che fulmine di guerra?

Filippo ed io ci siamo fatti una bella risata, e poi io, che modesta-mente di queste cose un po’ me ne intendo, gli ho detto:

– Quello lì secondo me era uno che faceva da consulente al Mini-stero per la semplificazione delle pratiche amministrative. Sono quelli che dicono che i documenti privi di valore legale possono essere distrutti, purché prima se ne faccia triplice copia.

In quel momento è entrato uno dei vigili che di solito controllano la nostra zona.

– Venga, Signor Vigile, – gli ha detto Filippo – Se ha tempo, le of-fro un caffè e le racconto una storiella…

Pier Guido Quartero Pier Guido Quartero
Opere dell’autore pubblicate da Liberodiscrivere

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