I racconti del Blue Avana – (14) Jalousie

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La “Concessionari di Automobili Pubbliche – Società Cooperativa a Responsabilità limitata“, cioè la società che raggruppa buona parte dei tassisti genovesi, ha compiuto nel 2013 i cento anni di attività. Questi, che pubblicheremo a puntate, seguendo la sequenza dei capitoli del libro Blue Avana. 100 anni di taxi a Genova di Pier Guido Quartero, pubblicato con l’editore Liberodiscrivere nel 2013, sono gli episodi più curiosi e quelli più significativi narratici dai tassisti genovesi, in attività o in pensione. Dalla calda vita della Via Pré degli anni ’50 alle corse in ospedale per salvare vite umane, dagli anni di piombo ai clienti strambi, taccagni o fin troppo generosi, dai personaggi del calcio e dello spettacolo alle lotte sindacali. Il tutto narrato attraverso le chiacchiere di una combriccola di amiconi, creati ad arte dall’autore, che perdono un po’ del loro tempo al Blue Avana: un locale come non ce ne sono più…

Jalousie (Ah, l’amour!: tassisti e detectives)

Pier Guido Quartero

Stasera sono in ritardo. Era prevista una cena con mio fratello per il festeggiamento in comune dei nostri compleanni (20/2/51 lui , 23/2/49 io e, a farci caso, lui è della seconda metà del secolo scorso, e io invece della prima metà, porcaccia la zozza.) Poi è uscito fuori che Massimiliana, che sarebbe mia cognata, ha avuto contatti con un appestato e così, dato che io sono un FRAGILISSIMO, tutto l’ambaradan è saltato. Per fortuna c’è Piero, quekllo che ha trovato la moneta d’oro del periodo tardo romano di cui vi ho raccontato nel librino sulla Via Romana, che ci ha aiutato a passare la serata, e non vi dico il menu, e se trovate errori e anacoluti più del solito è perché abbiamo bevuto spumante e Amarone e Pantelleria eccetera eccetera . (Peo direbbe: e tutto questo genere di cose). Va bene: cominciamo.

C’ERA QUESTO TIZIO, a Certosa, e questa è una specie di storiella che mi avranno raccontato una quarantina di anni fa, ma a me sembra ancora carina, questo tizio, dicevo, che aveva un negozietto, una specie di buco dove vendeva un po’ di materiale da ferramenta e un po’ di materiali edili, tipo gesso, pennelli e calce e colori.

Va bene. Allora, questo tipo, che era grande e grosso, d’estate (perché la storiella che vi sto raccontando era successa in estate) stava nel suo buco, con la porta aperta e neanche una finestra, con un paio di braghe corte di tela blu e una canottiera, anche quella blu, e naturalmente, dato il lavoro che faceva, era piuttosto inzac-cherato, con addosso un bel po’ di polvere di gesso e tutto questo genere di cose.

Un giorno, gli entra dalla porta uno che conosceva perché faceva piccoli lavori edili, e a quei tempi si chiamavano tappullanti, perché i loro lavoretti, in genovese, si chiamano tappulli, che in italiano si potrebbe tradurre come rappezzi. Questo tappullante aveva una sua caratteristica particolare, che pendeva un po’ tanto da quella parte, non so se mi spiego. Voglio dire che adesso, che siamo politica-mente corretti, si direbbe che era gay, ma allora non eravamo an-cora politicamente corretti e quindi ogni tanto usciva fuori qual-cosa che oggi uno si vergognerebbe, anche se poi, tra gente che si conosceva, il rispetto in fondo c’era lo stesso.

E questo ve lo dico perché quella volta lì il ferramenta non è stato tanto politicamente corretto, ma in fondo è stato abbastanza sim-patico, perché c’era questo tappullante che voleva comperare un pennello, ma non gli andava mai bene, perché tutti quelli che ve-deva non gli sembravano abbastanza fini e, a un certo punto, l’altro, questo omone grosso e sporco con la sua canotta blu e le braghe corte, perde un po’ la pazienza e gli fa: “Mia, fiôre, cöse l’é che ti te devi fä? E ciglie?”

E ora io non so se la storiella vi è sembrata divertente, ma io ve l’ho raccontata anche per dire che non si deve sparare col cannone alle mosche, e cioè che, per raggiungere un certo scopo che ab-biamo, si devono usare gli strumenti giusti, e non roba troppo fina né roba troppo grossa. E questo mi fa venire in mente delle storie di taxi e di gelosia, ma prima devo parlarvi di un’altra cosa.

Io lo sapevo che, quando ho raccontato come faccio il cappon magro, qualche purista sarebbe saltato su, e infatti mi capita di sentire di gente scandalizzata per il frullatore e per lo stocche ec-cetera. E io insisto a dire che le ricette codificate, in cucina, sono la negazione della creatività, e che l’importante è mettere insieme delle cose che diano soddisfazione ai commensali. E, per fare un altro dispetto a quei signori precisini che vogliono farsi le ciglie coi pennelli da tappullante, vi dirò cosa pensa del pesto genovese il mio amico Ernesto Isnardi, noto gastrosofo, pittore materico di vaglia e, a tempo perso, poeta e compositore di canzoni che la critica ha incomprensibilmente trascurato, pur a fronte di un clamoroso successo di pubblico. Tanto per citarne qualcuna, di queste can-zoni, ricorderò qui la “Invocazione (inno) a Cristoforo Colom-bo”, poi “Se prima eravamo in sedici” (a cantare il tapìm tapùm), e infine la “Canzone terza classificata al festival di musica araba” (e questo è il titolo, cosa credevate? Perché Ernesto è un creativo e un originale, con componenti culturali di scuola futurista).

E, fin qui, tutto bene. Quanto al pesto, Ernesto sostiene che si tratta certamente di un prodotto nato dalla necessità di insaporire alimenti, nell’ambito della cucina povera, e che quindi veniva pro-dotto pestando erbe più o meno selvatiche, come la maggiorana, il basilico, e l’aglio, con l’aggiunta di altre componenti di recupero, come potevano essere pinoli o noci, che uno se li raccoglieva da solo, croste di formaggio o magari cagliata. Una ricetta del pesto alla genovese esiste da meno di duecento anni e l’utilizzo del basi-lico giovane è certamente successivo alla seconda guerra mondiale. Ve li immaginate i contadini liguri dei tempi della grande guerra che storcono il naso davanti a un minestrone al pesto fatto con foglie di basilico troppo grosse? “Cattainìn!! Ma cöse ti gh’ǽ misso ‘n te questo belìn de menestron? O baxiaicò o l’ha ciù de dexe giorni e oamài o l’ha perdûo tutti i sò öli essensiäli!!!”.

Va ben. Scusate. Ora veniamo ai taxi.

E anche qui parliamo di gente che esagerava a fare le cose. Per esempio, mi ha raccontato un altro amico di Aldo che passa ogni tanto qui sotto casa mia, al Blue Avana, e che continua a campare guidando un taxi, c’era un ostetrico che aveva la moglie gelosa. Capite anche voi che una che c’ha il pallino di essere gelosa fareb-be bene a sposare uno che faccia un altro mestiere, che ne so, per esempio un impiegato di banca oppure un minatore. Certo che un minatore, di occasioni per rendere gelosa la moglie, deve averne proprio poche. Magari ha degli altri svantaggi, tipo il grisù, quel gas che ogni tanto scoppia nelle gallerie, ma le occasioni di gelosia penso proprio che siano poche.

Ma andiamo avanti. Questa tizia, vi dicevo, aveva questa scimmia della gelosia, e suo marito, di mestiere, si occupava di donne, per di più giovani. Già questo rendeva la loro vita piuttosto complica-ta. Voi mi chiederete come mai il marito non la mandava al diavo-lo, questa moglie rompiscatole, ma l’amico di Aldo mi ha dato una risposta che toglie ogni dubbio: il nostro ostetrico era innamorato della sua compagna. Vi dirò di più: dato che era innamorato della sua compagna, era addirittura contento che lei fosse gelosa. Era tanto contento che arrivava anche a questi punti, che ora vi dico.

Il momento peggiore, per scatenare le crisi di gelosia della sposina, era quando qualcuno chiamava alla sera perché c’era un problema urgente da risolvere. Il marito, che conosceva a fondo i doveri spettanti agli eredi di Ippocrate, quando gli arrivava la chiamata, qualunque cosa stesse facendo, anche la più importante e la più bella, lasciava tutto come era, si cambiava, prendeva la sua valiget-ta e scendeva a prendere la macchina, che era una Alfa Romeo o qualcosa di simile, e comunque una signora automobile, dopodi-ché si recava all’indirizzo della paziente.

Ciò che non vi ho detto, e che devo dirvi ora, è che, non appena l’uomo era sceso per prendere la propria automobile, la giovane signora chiamava immediatamente e con urgenza il più vicino po-steggio dei taxi, chiedendo poi all’autista accorso alla chiamata di seguire il veicolo guidato dal marito.

A questo punto voi, che siete persone attente e ragionevoli, mi chiederete come mai il tassista arrivava sempre in tempo per riu-scire a scorgere l’auto dell’ostetrico che si allontanava nella notte. Beh, la risposta me l’ha data questo amico di Aldo, ed è molto semplice: l’uomo li aspettava. Il sugo della questione, se volete che ve la dica tutta, è che lei era gelosa; lui era contento che lei fosse gelosa e sapeva che lei lo pedinava in taxi, per essere certa che an-dasse veramente dalle clienti e che non ci si fermasse più del ne-cessario; così lui faceva apposta a viaggiare con lentezza per essere sicuro che la moglie riuscisse a seguirlo. Questa è la prima storia e non mi direte che non è un buon esempio di persone che, per rag-giungere i loro obbiettivi, usavano dei sistemi sproporzionati…

Lo stesso amico di Aldo me ne ha raccontata anche un’altra, storia di gelosia, e si vede che gli capitavano tutte a lui. Questa è degli anni 70, e c’era un professorone che aveva una donna. Questo tale che me l’ha raccontata non era sicuro che fosse proprio la moglie, e pensava che più probabilmente fosse una specie di mantenuta, un’amante fissa, insomma. E anche questa aveva quest’idea pianta-ta nella testa di controllare le mosse del suo uomo, anche se forse aveva più motivi dell’altra di prima, perché qui c’era il rischio della concorrenza e il professorone, se si trovava un’altra sgarzola che ci avesse saputo fare, rischiava di mollare capra e cavoli o, se preferi-te, teatro e burattini, che è una frase fatta che io trovo bellissima, e la signora di cui si tratta poteva finire da un giorno all’altro in mezzo a una strada (ma, se preferite un’altra frase fatta di grande effetto, soprattutto parlando dell’amante di un professorone, che si suppone fosse una bellezza con i controfiocchi, possiamo anche dire che rischiava di trovarsi in braghe di tela).

Qui però non c’era il problema di chiamare i taxi dal posteggio, perché il professorone, come fanno spesso questi grandi perso-naggi tutti testa e portafogli (e anche un po’ di quell’altro organo là), aveva una vita molto regolare. Un’ora per alzarsi, un’ora per uscire, un’ora per lavorare, un’ora per… andare da questa signora di cui parliamo e via così. Quindi, nel momento in cui questa spe-cie di fidanzata decise che era necessario tenere sotto controllo la situazione, non dovette far altro che mettersi d’accordo con que-sto tale che mi ha raccontato tutta la storia e dirgli che la aspettas-se sotto casa tutti i giorni in un certo posto e ad una cert’ora.

Tutto sarebbe andato per il meglio, con qualche giro qua e là e soprattutto con qualche puntata fino a Novi, dove probabilmente si trovava il motivo delle preoccupazioni della nostra amica. Ma-lauguratamente, però, la signora in questione cominciò ad avvitar-si e a complicare le cose. Tanto per cominciare, iniziò ad avanzare la pretesa che il guidatore cambiasse abito tutti i giorni, per essere meno riconoscibile. Poi cominciò a chiedergli, nei momenti in cui il pedinato lasciava l’auto e proseguiva a piedi, di abbandonare anche lui il taxi e seguirlo. Infine, forse stanca, gli propose di effet-tuare i pedinamenti da solo, senza di lei.

L’amico di Aldo, che non ne poteva più, per un po’ continuò a seguire il professore, ma ad un certo punto, un giorno in cui que-sto imboccò per l’ennesima volta l’autostrada per recarsi a Novi, decise che ne aveva abbastanza e che tanto valeva rinunciare a una vigna sicuramente ricca ma che, nella follia complessiva del tutto, rischiava di farlo andare fuori di testa. Così, smise di fare l’investigatore, ricominciò a fare il suo normale mestiere di tassista e della signora non ne volle più sapere.

Pier Guido Quartero Pier Guido Quartero
Opere dell’autore pubblicate da Liberodiscrivere

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