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I racconti del Blue Avana – (13) Nottambuli

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La “Concessionari di Automobili Pubbliche – Società Cooperativa a Responsabilità limitata“, cioè la società che raggruppa buona parte dei tassisti genovesi, ha compiuto nel 2013 i cento anni di attività. Questi, che pubblicheremo a puntate, seguendo la sequenza dei capitoli del libro Blue Avana. 100 anni di taxi a Genova di Pier Guido Quartero, pubblicato con l’editore Liberodiscrivere nel 2013, sono gli episodi più curiosi e quelli più significativi narratici dai tassisti genovesi, in attività o in pensione. Dalla calda vita della Via Pré degli anni ’50 alle corse in ospedale per salvare vite umane, dagli anni di piombo ai clienti strambi, taccagni o fin troppo generosi, dai personaggi del calcio e dello spettacolo alle lotte sindacali. Il tutto narrato attraverso le chiacchiere di una combriccola di amiconi, creati ad arte dall’autore, che perdono un po’ del loro tempo al Blue Avana: un locale come non ce ne sono più…

Nottambuli (come cacciar via in fretta un bel po’ di soldi senza fare tanta fatica)

Pier Guido Quartero

Non lo so se quest’anno, per festeggiare la buona fine e il miglior principio, andrò a Sanremo dai miei amici della Pigna oppure me ne starò qua e scenderò soltanto questi tre piani di scale e mi infi-lerò da Aldo, al Blue Avana.

A me andare alla Pigna piace, e ancora di più piace alla Nina, per-ché è un bel posto e c’è gente simpatica. Tra l’altro, visto che si parla sempre di storie di taxi, ho scoperto che a Sanremo c’ha fini-to la sua vita Dorando Petri, quello che, siccome era stato aiutato ad alzarsi dopo che era caduto, per fare gli ultimi metri, gli leva-rono la medaglia alle olimpiadi di marcia ma poi la regina gli fece un bellissimo regalo e tutto questo genere di cose. Beh, lo sapete che mestiere faceva Petri a Sanremo? Il tassista, tanto per dire.

Però di lasciare soli Aldo e Gianni e il Corto e il Riccardo e qual-cun altro del giro mi dispiace un po’, perché quando manca uno di noi gli altri cominciano subito a tagliargli i panni addosso e poi, quando lo rivedono, tutti sogghignano e gli fanno le battute. Scherzo, perché con gli amici ci sto bene, ma in fondo quello che dico è anche un po’ vero.

Così, per un motivo o per l’altro, potrebbe finire che la Nina va alla Pigna e io la raggiungo il giorno dopo e magari non vado neanche a dormire e mi prendo subito un treno e arrivo che sono tutti a letto e mi infilo a letto anch’io e tanti saluti fino alla sera. Perché poi i ragazzi mi hanno chiesto se gli faccio il cappon ma-gro, per capodanno, e io ci terrei, perché mi viene sempre bene e tutti sono sempre contenti e in realtà è vero che è un lavorone, ma non è mica difficile. Solo, ci vuole tempo.

Io prendo il biscotto, che lo vado a comprare in Via Lomellini, lo bagno già due giorni prima con acqua e aceto bianco, e il giorno avanti pulisco il prezzemolo e lo passo nel frullatore (se qualcuno vuole fare la salsa verde con il mortaio ha tutta la mia ammirazio-ne, ma io uso il frullatore, e mollatemi) insieme all’uovo sodo, ai pinoli, ai capperi, all’aglio, alle acciughe salate e alla mollica di pa-ne raffermo ammollata con l’aceto bianco. Tutto diluito con l’olio.

Poi bollisco i moscardini nella pentola a pressione e lo stoccafisso in una pentola normale. A parte cuocio patate, carote, carciofi e cavolfiore. Infine, pulisco la barbabietola rossa abbrustolita. Poi, il più è fatto: biscotto e salsa, patate e salsa, stocche e salsa, e via di seguito. Il purista che ha storto il naso quando ho detto che faccio la salsa verde con il frullatore avrà anche storto il naso per lo stoc-che: lui magari ci mette il pesce cappone o la rana pescatrice. Si accomodi e non stia a menarmelo a me: il cappon magro è un’insalata, e nelle insalate uno ci mette quello che vuole (e quello che ha). Poi, sopra, a seconda delle disponibilità, funghetti, olive, muscoli, gamberi, musciamme, fino agli astici e alle aragoste.

Voi capite che con una cosina così la festa è già garantita. Se poi il tutto è preceduto da spaghetti con bottarga, seguito da una bella portata di formaggi freschi e stagionati e annaffiato da vini di ade-guate qualità, siamo a posto. Frutta fresca e secca serviranno per tirare ancora un po’ avanti la serata, sorseggiando rossi d’annata o vini liquorosi a qualità garantita.

Questo è il programma per il prossimo capodanno che abbiamo già fatto insieme ad Aldo, e ora capite perché non posso mancare. Dopo, verso le quattro del mattino, mi darò una sciacquata alla faccia, prenderò la borsa e andrò a piedi fino alla stazione, accom-pagnato dai miei amici, e lì aspetteremo il treno e poi salirò sul mio vagone e li saluterò con le lacrime agli occhi e avrò anche un po’ di mal di testa e, appena il treno parte, mi accascerò nel mio scompartimento, sperando di svegliarmi in tempo all’arrivo.

E, visto che vi ho parlato di nottambuli, ora vi ripeterò tre o quat-tro raccontini che mi hanno fatto Gianni e Aldo, a proposito di gente che hanno conosciuto loro.

E dunque. C’era questo tizio di Nervi o di Quinto o di Murcaro-lo, non mi ricordo più bene, ma comunque era dell’estremo levan-te cittadino. Aveva una catena di negozi e aveva fatto i soldi, solo che aveva deciso di mangiarseli tutti perché i parenti gli avevano fatto girare le balle e non voleva lasciargli l’eredità. Mettetela come volete, ma questo tutte le sere che il Signore mandava sulla terra se ne andava in giro a spendere e spandere. Una delle sue specialità era di chiamare i taxi. Ve lo dico meglio: questo chiamava i taxi e magari ne chiamava anche due o tre e poi era anche capace di non fare la corsa, però pagava come una banca.

Una volta, mi ha detto Gianni che questo bel tomo chiamò al Flo-ra la bellezza di sei taxi uno dietro l’altro, e questi si trovarono fuori dal locale senza capire cosa stava succedendo. Poi lui uscì fuori bello vivace e disse: “Sono io che vi ho chiamato. State tran-quilli che mi servite tutti. Aspettate qua che poi sistemiamo la fac-cenda.” Per fortuna, era già piuttosto noto come uno che non fa-ceva scherzi con i soldi, così tutti rimasero lì, e la cosa andò avanti quasi tre ore, ed era notte fonda, e alla fine lui uscì e pagò tutti e chiamò un altro taxi per farsi portare a casa. Questo per darvi un’idea di come si può fare a buttare via un bel po’ di soldi, se per caso ve ne avanzano.

Sempre lo stesso buontempone, una volta chiamò un taxi, e natu-ralmente conosceva il tassista, se no si beccava un vaffa che nean-che Grillo…, chiamò un taxi, dicevo, da Genova fino a Rapallo, chiedendogli di comprargli una stecca di sigarette. E un’altra volta ancora, non so se era al Covo o a Portofino, chiamò di nuovo un tassista che conosceva, da Genova, e poi, quando questo fu arriva-to, salì, completamente sbronzo, sulla propria auto e gli disse: “Vienimi dietro, che non si sa mai!”. In effetti, non mi hanno spiegato come, pare che durante il viaggio gli si sia staccata la por-tiera e cha l’auto che lo seguiva gliel’abbia raccolta, perché lui non se ne era neanche accorto. Così me l’ha raccontata Gianni, che è un ragazzo come si deve, e così io la racconto a voi, senza aggiun-gerci nemmeno una virgola.

E comunque non era l’unico che faceva questo tipo di mattane, anche se forse era quello che le faceva più in grande stile. Ce n’era un altro, e questo era della Val Polcevera, con un negozio in cen-tro ma Gianni non mi ha voluto dire dove perché se no dice che tutti capiscono di chi sta parlando e non è bello. Quest’altro che vi dicevo era anche lui uno che chiamava i tassisti di notte, e spesso era bello bevuto e una sera ha chiamato un amico di Gianni a Iso-verde e quando lui è arrivato ha trovato la strada bloccata perché ‘sto matto stava piantato in mezzo alla strada e non lasciava passa-re nessuno perché voleva che tutti aspettassero il suo taxi insieme a lui e per fortuna non è successo niente e poi, quando lo ha cari-cato in macchina, questo tipo voleva essere portato a fare un giro per locali, ma poi per fortuna si è addormentato e insomma, alla fine è andato a casa.

Uno che invece a casa ci andava, un altro di questi nottambuli, aveva un’altra specialità: faceva i suoi giri e si riempiva bene, poi si faceva portare alla sua abitazione e diceva: aspetta qua, che tra un po’ scendo. Poi saliva su e, appena entrato, stramazzava sul letto ancora tutto bello vestito e non se ne parlava più fino al giorno dopo. Bisogna dire che però era anche lui uno come si deve e, se uno si lamentava perché aveva dovuto aspettare a vuoto, tirava fuori le palanche senza protestare, e anzi, mi ha detto Aldo che secondo lui c’è stato anche qualcuno un po’ troppo furbo che se ne è approfittato.

Gianni dice che i nottambuli non erano solo genovesi di Genova, voglio dire che c’era anche gente che, una volta ogni tanto, veniva giù dall’entroterra per divertirsi un po’. E naturalmente i diverti-menti alla fine erano sostanzialmente due: donne e alcool e, so-prattutto se era gente che veniva solo una volta ogni tanto, ci da-vano dentro in tutti i due sensi. Va bene. Allora c’era questo qua, che si è sbattuto bene di qua e di là e poi è salito su un taxi e si è fatto ancora portare a bere qualcosa in qualche altro locale e in-somma, alla fine vuole andare ad Apparizione e si vedeva che era un buon diavolo e che non aveva idee strane e era solo pieno co-me un otre e così quello che lo aveva a bordo era convinto che abitasse lassù e volesse tornare a casa. Invece, arrivano al paese ma il tipo dice di andare avanti e passano anche oltre al Liberale e sempre avanti e il tassista gli dice: “Ma scusi, dove abita lei?” e quello gli risponde che abita a Cisiano, che è un paesino della Val Lentro che è anche un bel posto, ma da Apparizione non ci si ar-riva.

Voi forse non avete capito bene, o meglio, devo essere io che non mi sono abbastanza spiegato: non è proprio che non ci si arriva, ma bisogna andare a piedi, perché la strada per le macchine passa da tutt’altra parte: bisogna risalire la Valle del Bisagno fino a Bar-gagli, girare in Val Lentro per Viganego e Terrusso, e alla fine si arriva a Cisiano, che è sotto ad Apparizione ma, vi ripeto, in mac-china da lì non ci arrivi. Il fatto è che quel tipo, quando era in condizioni normali, era abituato a fare il percorso a piedi, sul sen-tiero, e così aveva fatto la solita strada, senza rendersi conto che l’ultimo pezzo non poteva farlo in taxi.

Va beh. In realtà non fu un gran problema: il tassista, di ripartire e farsi tutto il giro da Bargagli, non ne aveva proprio voglia, ma per fortuna era una bella notte estiva, con la luna piena, così fece prendere un po’ d’aria al cliente, poi si fecero tutti e due una bella pisciata sul bordo della strada e poi si avviarono ognuno per la propria strada, uno a piedi per Cisiano e l’altro in auto, verso il letto che lo aspettava, accogliente, a casa sua.

Ce n’è ancora una. Di un tale che era un pezzo grosso di una im-portante impresa privata genovese ed era un fascistone. Io non so come la vedete voi ma, presi separatamente, i fascistoni possono anche essere simpatici, perché sono un po’ goliardi e un bel po’ anticonformisti e lo sanno anche loro che esagerano e gli piace animare la compagnia sparandone qualcuna grossa e naturalmente c’è sempre qualcuno che abbocca e si mette a discutere e allora loro, che di solito hanno un allenamento dialettico niente male, si divertono a tirarla in lungo passando da un paradosso all’altro e, se uno non è di cattivo umore, puoi anche divertirti a vedere come si muovono tra gli ostacoli. A me fanno più rabbia, e altre volte più paura, i fascistini, quelli che non ti dicono per chi votano e, appena ti giri, si scambiano un sorrisetto con quegli altri che la vedono come loro. Va bene, ho capito: qui non si parla di politica, come diceva la buonanima. E allora, come vi stavo dicendo, c’era questo fascistone. Che era one in tutti i sensi, perché, giustamente, aveva anche un fisico imponente e tutto il resto era come si deve, se capite cosa voglio dire. Per di più, gli piaceva anche vestirsi in modo militaresco e aveva una passione per le divise. Insomma, un fascistone, come vi dicevo.

Era anche lui, a quei tempi, quando c’era ancora il MSI e a Geno-va i fascisti e i comunisti si picchiavano di santa ragione se appena appena ce n’era la possibilità, uno di quelli che facevano i nottam-buli. Perché, più che menare le mani, a lui piaceva fare lo strano e bere e scopare e via così. E se ne andava al Mixing Glass, mi han-no raccontato, che era questo posto, un po’ come la birreria Forst per gli studenti, dove i fascisti si trovavano volentieri.

Come altri nottambuli professionisti, aveva il numero di telefono di alcuni tassisti che lo conoscevano e che erano disposti, dietro compenso adeguato, a star dietro alle sue mattane. Anche Aldo, ai suoi bei tempi, era stato uno dei suoi chauffeurs, e mi ha racconta-to qualcosa di quelle serate.

Per esempio, il fascistone amava fare una specie di imitazione di un ufficiale tedesco, lanciandosi in espressioni di forma apparen-temente germanica ma sostanzialmente italica, posta la sua assolu-ta ignoranza della lingua di Goethe. Una delle sue espressioni pre-ferite, che non è necessario tradurre, era: “E se i no caaghen, che i se pùrrghen, e se i non se pùrrghen, che i sciòpen!”. In altre occa-sioni, borbottando frasi senza senso, concludeva con un esplicito: “SS!”, salvo poi rivolgersi all’attonito autista per precisargli: “Non si preoccupi: SS sta per Senza Soldi!”.

L’ultima volta che Aldo lo ha avuto a bordo, era in uno di quei momenti che tornano periodicamente nel nostro Bel Paese, in cui le Forze Armate e le Forze dell’Ordine sono chiamate a sforzi più o meno congiunti e ognuna nel proprio ambito di competenza per contrastare l’emergere di forze a diverso titolo eversive, siano que-ste le BR, la Mafia, la P2, la Rosa dei Venti o altro. Bene, come vi stavo dicendo, questo fascistone era a bordo dell’auto di Aldo e te lo lì che si imbattono in un blocco stradale per il controllo dei documenti. Questo tizio, voglio dire il fascistone, che era sbronzo come al solito e per di più quella sera era vestito in kaki e aveva anche la camicia con le spalline, scende dall’auto di slancio e con passo marziale si dirige verso i militi, impegnati nel loro lavoro di verifica. Si pianta davanti al graduato che comandava la pattuglia e alza il braccio nel saluto romano, lanciandosi in una delle sue ora-zioni in finto tedesco. Potete immaginare con che occhi lo ha guardato quell’altro. Poi, si vede che lo conosceva già, gli ha detto: “Ma va a cagare…” e si è girato per fare quello che doveva.

Per il fascistone, quello deve essere stato uno dei momenti più tristi della sua vita. E’ tornato in macchina tutto mogio e si è fatto riportare a casa, e per un po’ Aldo non ne ha avuto notizia.

Pier Guido Quartero Pier Guido Quartero
Opere dell’autore pubblicate da Liberodiscrivere

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