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I racconti del Blue Avana – (9) Mignotte

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La “Concessionari di Automobili Pubbliche – Società Cooperativa a Responsabilità limitata“, cioè la società che raggruppa buona parte dei tassisti genovesi, ha compiuto nel 2013 i cento anni di attività. Questi, che pubblicheremo a puntate, seguendo la sequenza dei capitoli del libro Blue Avana. 100 anni di taxi a Genova di Pier Guido Quartero, pubblicato con l’editore Liberodiscrivere nel 2013, sono gli episodi più curiosi e quelli più significativi narratici dai tassisti genovesi, in attività o in pensione. Dalla calda vita della Via Pré degli anni ’50 alle corse in ospedale per salvare vite umane, dagli anni di piombo ai clienti strambi, taccagni o fin troppo generosi, dai personaggi del calcio e dello spettacolo alle lotte sindacali. Il tutto narrato attraverso le chiacchiere di una combriccola di amiconi, creati ad arte dall’autore, che perdono un po’ del loro tempo al Blue Avana: un locale come non ce ne sono più…

Mignotte (Mi perdonerete se non è del tutto Politically correct, ma così me l’hanno raccontata e così ve la riporto…)

Di Pier Guido Quartero

Da Aldo le mignotte non ci vengono mai. Non è che lui non le voglia: l’ha imparato facendo il tassista, che il cliente che paga è un buon cliente, e le mignotte, si sa, sono ottime pagatrici, perché non avranno altro, ma hanno sempre contante fresco. Sono loro che non vengono, perché sanno che qui al Blue Avana non c’è la clientela giusta: magari gente che parla ce n’è, ma prima di passare ai fatti, tra la mancanza di soldi, la mancanza di voglia e le altre mancanze dell’età… ce ne corre. Solo una volta è capitata una si-gnora che, per l’orario e l’abbigliamento e, insomma, tutto l’insieme, dava l’idea di essere del mestiere.

Per combinazione, quella sera ero lì anch’io, e stavo nella stanza di là a fumare (perché allora erano altri tempi e si poteva ancora) una gauloise che mi aveva regalato Riccardo. Riccardo in realtà si chia-ma Paolo ma, siccome gioca al biliardo sempre da solo, e credo che sia perché gli da fastidio l’idea di perdere, ma a lui non gliel’ho mai detto, perché se no le gauloises non me le regala più, ecco, sic-come gioca da solo, quando uscì quella canzone di Gaber si prese il nomignolo e ormai Gaber è morto e la canzone me la ricordo solo io, ma lui si chiamerà Riccardo finché campa.

Allora, ero lì che fumavo la gauloise e intanto guardavo Riccardo che si esercitava nella prima palla, quella che si fa per decidere chi comincia a battere, che se sei bravo hai già vinto mezza partita, e suona il campanello della porta e io sbircio di là per vedere chi può essere arrivato e ti vedo tutto questo ambaradan di cuoio, di ciuffi e di tela colorata.

Io in genere in quelle situazioni lì mi vergogno, perché non c’ho pratica di quel tipo di signore. Quelle sette o otto donne nella vita che hanno pensato che potevano passare un po’ di tempo con me mi sono capitate, ma prima si faceva conoscenza e poi, rotto il ghiaccio, il resto, se doveva venire, veniva. Con le mignotte è di-verso, perché uno pensa che loro sono lì per lavorare e allora mica ci puoi parlare del tempo e insomma. Mi imbarazzano. Ecco tutto. Così me ne sono rimasto di là con Riccardo, che ha continuato a tirare le sue bocce, ma mi sa che era imbarazzato anche lui, perché ho visto che sbagliava un tiro su tre e questo di solito, nelle con-dizioni normali, voglio dire, non gli capita.

Aldo invece, che è un signore e data la sua vasta esperienza coi taxi sa trattare con chiunque, fosse il papa o il peggior delinquen-te, ha preso l’ordine, che era un Cherry Brandy Stock, e ha servito la cliente con perfetta nonchalance, senza la minima sbavatura. La signora, che nel frattempo l’avevo vista meglio e aveva una testa così di capelli rossi lunghi e gonfi e due ciglia lunghe un metro e le labbra tipo palloncini e una bella scollatura con due roberti che levati, ha pagato pescando i soldi da una borsina luccicante. E’ stato lì che ho avuto un vago senso di qualcosa che non andava, perché le ho visto le mani, che c’avevano, sì, delle unghie blu co-balto così lunghe che ci potevi tagliare una bistecca, ma anche del-le dita che mi sono parse subito un po’ troppo spesse, più adatte a tirare su dei muri che a fare certi altri lavori che immagino che una mignotta sappia fare con particolare maestria.

Alla fine, la cliente anomala ha abbandonato il locale, lasciandosi dietro una scia un po’ troppo accentuata di qualche profumo tipo “bäxime porco che ti me piaxi”, espressione che il mio amico Ernesto Isnardi, che non ve ne ho ancora parlato, ma una volta o l’altra bisogna che lo faccia, pronuncia sempre con la “o” voltrese al po-sto della “a”.

Come il tinitinnio della porta ha smesso, io e Riccardo ci siamo mossi contemporaneamente, presi dal bisogno impellente di farci versare una spuma da Aldo. Lui era lì, che passava il suo straccio sul banco, bello rilassato, e ci ha guardato con quello sguardo par-ticolare che devono avere i pitoni quando il padrone di casa gli mette i topolini nella gabbietta.

– Me la dai una spuma, Aldo? – ho cominciato io, convinto che la mia faccia fosse completamente inespressiva.

Lui ha versato, riempiendo il bicchiere pieno fino all’orlo, come fa sempre, e poi mi ha detto:

– Ho paura che stasera lo rovesci.

E, porca miseria, ci aveva proprio indovinato. Io il bicchiere me lo porto alle labbra anche quando il liquido fa la lente sopra, che sembra che stia dentro solo perché il barista glielo ha ordinato. Ma quella volta lì ho fatto per terra un paciugo della madonna e mi sono anche sbrodolato un po’. Così ho dovuto arrendermi.

– Dai, Aldo, dicci qualcosa – ho implorato – Tu cosa hai capito di quella donna lì?

Io non lo so se ve l’ho già raccontato, ma quando nel locale di Al-do entra qualche personaggio sconosciuto e appena un filino stra-no a noi ci piace fare congetture su chi è, come vive e come mai è passato da noi. Figuratevi stavolta.

– Mio povero amico, devo deluderti.

Io e Riccardo siamo restati un momento sospesi, poi Riccardo ha cominciato a sogghignare guardando Aldo negli occhi e io sono rimasto lì a metà.

– Non ci arrivi? Dico, va bene che con le donne non ci sei tanto abituato, ma lo hai guardato bene questo qua?

Te lo lì. Ecco cos’era che non andava in quelle mani. Un travesti-to. Io in queste cose non sono proprio un fulmine di guerra, ma avrei dovuto capirlo. Ora questi due mi avrebbero preso per il culo per tutto il resto della mia vita e tutti gli aficionados del Blue Avana sarebbero stati messi al corrente. Roba da cambiare bar…

Aldo deve aver capito cosa mi passava per la testa, perché mi ha fatto un sorriso amichevole.

– Dai Peo. Ti prometto che questa storia ce la ricorderemo solo sei o sette volte all’anno, va bene? E poi, per tirarti un po’ su il mora-le dopo questa figura di merda, ti racconterò qualche storia vera di quelle che giravano tra noi tassisti prima che io aprissi il bar.

Ora, che le storie dei tassisti siano tutte vere io ho i miei dubbi, perché te ne raccontano troppe e poi loro alla fine ne escono quasi sempre bene. Per esempio, non c’è uno di loro che, se hai un po’ di confidenza, non ti racconti di quella volta che ha caricato una che si è fatta portare al Righi, oppure a Apparizione o comunque in uno di quei posti famosi per questo genere di cose e lì gli ha fatto un servizietto così e cosà, e il tutto mentre il tassametro con-tinuava a correre e alla fine ha anche pagato. Questo fatto del tas-sametro che corre è proprio l’aspetto che gli piace di più, quando te la raccontano, forse perché gli dà l’idea, per una volta, di essere stati loro a fare un po’ da bagasce, e la cosa non gli dispiace.

Ma torniamo a noi. Aldo si era messo a raccontare.

– Questa mi è successa nei primi anni ’60. C’era questo collega che aveva un po’ di problemi a lavorare di notte, perché era di educa-zione cattolica stretta e vedere certe cose non gli andava proprio giù, ma insomma, qualche volta gli toccava. Così succede che una sera tardi, vicino al Sailor’s Rest, gli capita di caricare questa cop-pia. Lui era un sudamericano e lei una di qua, che facilmente era venuta giù apposta da Alessandria per lavorare, visto che c’era una nave della sesta flotta all’attracco. Sembra che lei debba accompa-gnarlo alla nave, e tutto va bene finché lui non cerca di farla salire a bordo. Non che lei non sia d’accordo, ma su quella nave lì, un mercantile che veniva da Buenos Ayres, c’era il controllo di bordo e la ragazza non ha potuto salire. Allora il marinaio ha fatto finta di accompagnarla al taxi per farla riportare via, e invece è salito sull’auto e ha cominciato a tirare fuori soldi e un po’ ne ha dati alla donna e un altro po’ ha cominciato a infilarli nelle tasche del mio collega, chiedendogli in un linguaggio molto approssimativo, una volta che lui fosse salito a bordo, di trovare il modo di por-targli la ragazza. Figurati un po’ se il mio collega, con la sua edu-cazione bacchettona, aveva voglia di mettersi a fare un servizio come questo. Per fortuna, appena il marinaio, che era bello ubria-co, se ne è andato su e probabilmente è finito vestito a dormire sulla cuccetta, la donna è scesa dal taxi ed è andata a cercarsi qual-che altro cliente

.

– Non mi sembra una grande storia – ho detto io, che ero ancora un po’ arrabbiato per quello che era successo prima.

– Aspetta, che il bello deve ancora venire. Beh, questo qua avrebbe potuto andarsene con il denaro, come aveva fatto la mignotta, ma lui quei soldi lì non li voleva, sia perché erano frutto di un merci-monio, sia perché, per di più, l’affare non era andato a buon fine. Così, dato che ero arrivato lì vicino alle banchine anch’io con dei passeggeri, mi ha chiesto di aiutarlo e io l’ho accompagnato a bor-do e c’erano due che leggevano giornalini porno e lui ha tirato fuori da tutte le tasche i biglietti che ci aveva infilato quell’altro invasato, mentre io cercavo di spiegare a quei due che lui aveva ricevuto dei soldi che non gli spettavano e voleva restituirli. Io non lo so cosa hanno capito quei due là, ma hanno visto che gli davamo del contante e se lo sono preso, senza stare a pensarci su troppo, e hanno anche firmato la ricevuta che il mio collega aveva preparato. Questo per darti un’idea di cosa vuol dire essere uomi-ni di principio.

E, in effetti, a voi uno così vi farà magari un po’ sorridere, ma se ce ne fosse un po’ di più, di gente fatta in quel modo, io dico che sarebbe meglio. E, già che ci siamo, adesso vi dico anche l’altra storia che mi raccontò Aldo quella sera.

– Dunque – disse Aldo – questa mi è capitata quando ero molto giovane, e anche qui siamo alla fine degli anni cinquanta. Ero a Principe e ti vedo uscire dalla stazione dei treni questa signora, vestita con una eleganza sobria, tipo Ingrid Bergman, con una bel-la valigia di cuoio, e a quei tempi una valigia di cuoio ci puoi giu-rare che voleva dire qualcosa. Va bene. Io, come la vedo, salto giù dal taxi e le vado incontro per prenderle la valigia dalle mani e poi la sistemo, la valigia, nel baule di dietro del taxi e alla donna le apro la portiera con un mezzo inchino e, intanto che salgo sull’auto, le domando quale è la sua destinazione e lei mi risponde che non lo sa proprio bene di preciso, ma che le hanno detto di andare dalla Castagna. Io di Castagne ne conosco due, quella an-dando in su da Sampierdarena verso Bolzaneto e Serra Riccò e quella di Sturla, così le domando ancora e la signora mi risponde che le hanno detto abbastanza vicino alla Stazione Principe. Allo-ra io decido di provare a ponente e comincio a andare in su e però la signora non mi sembra tanto convinta e mi dice che le sembra che la sua destinazione non debba essere tanto da quelle parti lì. E allora lo capite anche voi che io cominciavo a essere nervoso per-ché lei era una bella dama e sembrava Ingrid Bergman e aveva una valigia di cuoio da vera signora, ma se non sapeva dove diavolo voleva andare la situazione si faceva difficile. Così, con tutta la mia gentilezza, le ho chiesto se proprio non aveva qualche altro ele-mento da darmi per farmi indovinare dove dovevamo andare e allora lei, bella bella, mi ha detto, senza perifrasi: “Possibile che, quando vogliono farsi una scopata, i genovesi debbano mettersi a scarpinare su per dei bricchi come questi?”. A quel punto lì, natu-ralmente, ho capito tutto. C’era un casino abbastanza noto in Vico Castagna, sotto a Porta Soprana. Ho accompagnato la signora e le ho portato la valigia fino in camera, dove il pagamento della corsa è avvenuto in un modo… un po’ inusuale. Capirai… una che so-migliava a Ingrid Bergman…

Pier Guido Quartero Pier Guido Quartero
Opere dell’autore pubblicate da Liberodiscrivere

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