Blue aavana

I racconti del Blue Avana – (7) Goa taxi driver

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La “Concessionari di Automobili Pubbliche – Società Cooperativa a Responsabilità limitata“, cioè la società che raggruppa buona parte dei tassisti genovesi, ha compiuto nel 2013 i cento anni di attività. Questi, che pubblicheremo a puntate, seguendo la sequenza dei capitoli del libro Blue Avana. 100 anni di taxi a Genova di Pier Guido Quartero, pubblicato con l’editore Liberodiscrivere nel 2013, sono gli episodi più curiosi e quelli più significativi narratici dai tassisti genovesi, in attività o in pensione. Dalla calda vita della Via Pré degli anni ’50 alle corse in ospedale per salvare vite umane, dagli anni di piombo ai clienti strambi, taccagni o fin troppo generosi, dai personaggi del calcio e dello spettacolo alle lotte sindacali. Il tutto narrato attraverso le chiacchiere di una combriccola di amiconi, creati ad arte dall’autore, che perdono un po’ del loro tempo al Blue Avana: un locale come non ce ne sono più…

Goa taxi driver (Crimini di periferia)

di Pier Guido Quartero

Eravamo lì al Blue Avana, l’altra sera, che stavamo a guardare una partita a boccette. A giocare c’era il Corto, che non sapevo perché lo chiamano così, visto che sarà alto due metri e qualcosa, ma poi me l’ha detto lui, che è perché il suo nome vero è Giovanni Batti-sta, e i suoi compagni, a scuola, che lui ha fatto le tecniche, gli di-cevano: “Battista, corto di balle ma lungo di vista”, e lui li lasciava dire, ma un giorno uno ha fatto lo spiritoso su sua madre e lui gli ha dato un colpo solo, ma lo ha fatto volare per tutta la stanza e gli ha detto: “A me puoi menarmelo finché ti pare, che tanto mer-da sei e merda resti, ma mia mamma lasciala stare”. E, da allora, non gli hanno più detto neanche “corto di balle e lungo di vista”, ma gli è rimasto questo soprannome di Corto, che poi, a pensarci bene, detto così da solo è anche piuttosto figo.

Stavo dicendo che a giocare c’era il Corto e con lui c’era Mario, quell’italo-argentino che quando attacca a parlare non finisce mai un discorso ma che nell’accosto è bravissimo. Contro, c’erano Fi-lippo e Pino, che ve ne ho già parlato un’altra volta, mi pare.

Io però mi sono distratto presto, perché in quella saletta lì c’è an-che il televisore che è sempre acceso e a me mi dà anche fastidio, perché ci sono sempre queste voci di gente che di solito dice solo baggianate e varrebbe la pena di accenderlo solo quando c’è una bella partita o se sai che c’è un film come si deve. E dicevo che mi sono distratto dal biliardo perché mi sono reso conto che in tv stavano passando un film vecchio, di quelli che mi piacciono a me. Non vecchio vecchio, che sono belli anche quelli, in bianco e nero. Era un film a colori che avrà una quarantina d’anni, con Robert De Niro che si mette davanti a uno specchio e fa le prove con le pistole e dice: “Ce l’hai con me eh? Ce l’hai con me?”.

Ecco, bravi, avete indovinato, è Taxi Driver. E anche Aldo, che tanto ormai di gente nuova al Blue Avana ne arrivava poca, è ve-nuto fuori dal banco e si è appoggiato allo stipite della porta, te-nendo un occhio al locale e un altro alla tele, perché non so se ve l’ho detto, ma lui ha fatto il tassista e allora queste storie qua gli piacciono un sacco.

Così ce lo siamo guardato tutto e poi alla fine, quando c’è il mas-sacro, eravamo tutti lì a tifare per De Niro e quando è finita la storia e hanno messo la pubblicità io gli ho detto a Aldo:

– Chiudi un po’ quella tele, per una volta, che adesso ricominciano a contare delle musse e la parte interessante è finita.

Così lui ha spento, anche se era un po’ offeso, e siamo andati di là al banco a bere qualcosa e pagavano il Corto e Mario perché alla fine Mario aveva presa troppa confidenza e invece di accostare aveva voluto bocciare e così si era fatto una bevuta di tutti i birilli del tavolo e il Corto gli aveva chiesto: “Come si dice belinone in Argentina?”, ma poi l’avevano chiusa lì.

E allora io, siccome mi pareva che Aldo se l’era un po’ presa per via che gli avevo detto di chiudere la tele in un modo poco carino, per fare la pace gli ho chiesto se lui, quando faceva il taxista, ne aveva mai visto di cose come quelle del film e lui ha capito che io volevo essere gentile e è stato gentile anche lui e mi ha risposto:

– Per fortuna no. Delinquenti ne giravano, a quei tempi, e ce n’era di tutte le risme, ma io non sono mai stato coinvolto in niente di grosso. Altri sono stati più sfortunati, e so di due che ci hanno anche lasciato la pelle. Uno, nell’85, si chiamava Bottazzi e il nome del taxi era Toro 13. Quello che sappiamo è che ha caricato uno a Caricamento, per S. Pantaleo. Lo hanno trovato morto, lì dalle parti del Righi, e dell’assassino non si è saputo più niente. Nel 2004, invece, è toccato a Gamma 88: il nome non te lo dico perché alla vedova magari non le fa piacere che se ne parli. Ha preso un cliente a Principe, per Alessandria, e questo, all’uscita di Serraval-le, lo fa uscire per una strada adiacente, dicendo che vuole andare dalla figlia. Poi avviene qualcosa di non chiarito, comunque una lite o uno scontro e il passeggero spara nella schiena al tassista. Dopodiché, a freddo, gli spara un altro colpo in faccia, finendolo. La moglie, non vedendolo tornare all’una, che era l’ora in cui do-veva smontare, e non riuscendo a raggiungerlo al cellulare, mette in moto le ricerche e il cadavere viene ritrovato. L’unica consola-zione è che in questo caso le nuove tecnologie hanno consentito di risalire rapidamente all’assassino, uno di qua, con un cognome della Valle Scrivia, riconosciuto perché filmato dalle telecamere della stazione e poi per testimonianza diretta di alcune persone, che, malgrado una breve fuga all’estero, fu poi processato e con-dannato, anche se il vero motivo per cui è scattata la molla che lo ha reso un assassino non si è riusciti a capirlo bene.

– Brutte storie, povera gente… – ho detto io. – Le morti sul lavoro sono sempre brutte ed insensate, ma queste, dove anche un moti-vo, anche delinquenziale, sembra evanescente, fanno quasi ancora più rabbia. Tu, invece, mi hai detto che non hai avuto problemi particolari…

L’avventura più tosta che ho avuto io, ce l’ho avuta con uno che, più che un delinquente, secondo me era un balordo. Sarà stato una diecina di anni fa. Ero in Piazza Martinez, il giorno della Dome-nica delle Palme. Una di quelle mattine tranquille che non sai se coprirti o scoprirti perché un po’ di sole c’è, ma se viene un filo di vento si porta ancora dietro il freddo dell’inverno. Insomma, mi ero bevuto un caffè e avevo letto un po’ il giornale nel solito bar e aspettavo a vedere se c’era qualcuno che decideva di muoversi e ti vedo arrivare questo tizio. Uno che a prima vista ti sarebbe sem-brato normale. Aveva i capelli lunghi, ma in ordine, ed era vestito benino, con una giacchetta aperta e perfino la cravatta…

– Te lo ricordi bene. – Gli ho detto, per fargli un complimento, e lui si è visto che ha apprezzato, perché mi ha sorriso, e ha conti-nuato.

– … solo che, mentre veniva verso di me, con l’aria di uno che ha un po’ fretta ma non ha voglia di correre, e muoveva le braccia larghe intorno al corpo mentre faceva quei passi un po’ lunghi e un po’ frettolosi, ho visto che aveva qualcosa in una mano e, quando è stato più vicino, mi sono reso conto che era una pistola. Solo che quando l’ho capito, che questo aveva in mano una pisto-la, era troppo tardi, perché ormai era lì e io sono solo riuscito a chiudere la sicura della porta e lui mi ha spianato questo aggeggio sotto al naso e mi ha detto: “Portami al Righi, che mia nonna sta morendo”. Io di portare al Righi uno così non ci pensavo nem-meno. Così gli ho detto: “Ammazzami qui, che facciamo prima.” E quello è rimasto lì a guardarmi e non so neanche se aveva senti-to quello che gli avevo detto. Comunque, intanto è arrivato un collega, che subito era curioso di capire cosa succedeva, e aveva cominciato ad aprire la portiera per venire a vedere se per caso mi serviva una mano, ma poi, quando quell’altro si è girato e gli ha agitato la mano armata contro di lui, come a dirgli di stare lonta-no, allora si è richiuso dentro e si capiva che anche lui non sapeva bene cosa fare, ma ho visto che armeggiava col cellulare e infatti stava chiamando soccorso, ma poi mi ha detto che era così agitato che prima di fare una telefonata che avesse un senso ci avrà messo almeno cinque minuti, ma che a lui è sembrato che passasse un secolo.

– E così c’è voluto un po’, prima che arrivasse qualcuno?

– Io non l’ho neanche saputo, perché, vedendo che il tizio, quello lì con la pistola, voglio dire, era indeciso, ho provato a filarmela, e così gli ho detto: “Ora io me ne vado. Se vuoi spara pure, ma io me ne vado”, e ho messo in moto. Quello è rimasto fermo, e allora ho cominciato a far muovere il taxi in retromarcia e poi, mentre lui continuava a guardarmi senza fare niente, senza correre, mi sono allontanato, seguito dal mio collega. Siamo andati su per Via Torti e poi, dopo dieci minuti, siamo ridiscesi dal Ponte di Terral-ba, per vedere da lontano cosa era successo. C’erano due auto del-la polizia, sul posteggio, e siamo andati dai poliziotti e gli abbiamo spiegato tutto quello che c’era da spiegare, e mentre eravamo lì è arrivato uno di corsa giù da Via Torti, e era senza fiato e, quando è riuscito a respirare un po’, allora ha raccontato ai poliziotti che, mentre era fermo al semaforo, era arrivato uno con una pistola e lo aveva fatto scendere e se ne era andato con la sua automobile. Io allora gli ho chiesto a uno degli uomini in divisa se pensavano di cercare al Righi e lui mi ha detto che avrebbero segnalato la cosa in centrale ma che, da come si era svolta tutta la faccenda, a loro sembrava probabile che il rapinatore fosse uno fuori di zucca e che era meglio pattugliare l’area di San Fruttuoso, perché proba-bilmente sarebbe rimasto lì.

– E poi? – ha chiesto Pino, che fa il tassista anche lui e forse la sto-ria la conosceva già, ma gli faceva piacere sentirla un’altra volta.

– E poi si è visto che quelli della polizia la sapevano lunga. Infatti due ore dopo è passata un’auto sgommando a tutta velocità, ma non così svelta che io non vedessi che dentro c’era il mio capello-ne. Così ho dato un grido agli altri che c’erano lì e insomma, alla fine eravamo cinque taxi a correre dietro a questo balengo e c’erano anche due auto della polizia e alla fine lo hanno preso e se lo sono portato via senza colpo ferire.

– E poi ne avete saputo qualcosa di questo tipo che hanno arresta-to?

– Sui giornali c’era poco o niente, e nessuno ci ha cercato per un processo, quindi non sappiamo cosa ci fosse di vero nella storia della nonna e neanche che fine abbia fatto quel bel tomo. Quello che ti posso dire è che io uno spaghetto così non l’ho mai più avu-to in vita mia. Ora però, ragazzi, è meglio se ve ne andate, che de-vo tirare giù la saracinesca. Domani alle sei devo aprire di nuovo. Qualche ora di sonno me la volete lasciare?

Pier Guido Quartero Pier Guido Quartero
Opere dell’autore pubblicate da Liberodiscrivere

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