I racconti del Blue Avana- (12) Sguardo sulla citta’, dal finestrino del taxi

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La “Concessionari di Automobili Pubbliche – Società Cooperativa a Responsabilità limitata“, cioè la società che raggruppa buona parte dei tassisti genovesi, ha compiuto nel 2013 i cento anni di attività. Questi, che pubblicheremo a puntate, seguendo la sequenza dei capitoli del libro Blue Avana. 100 anni di taxi a Genova di Pier Guido Quartero, pubblicato con l’editore Liberodiscrivere nel 2013, sono gli episodi più curiosi e quelli più significativi narratici dai tassisti genovesi, in attività o in pensione. Dalla calda vita della Via Pré degli anni ’50 alle corse in ospedale per salvare vite umane, dagli anni di piombo ai clienti strambi, taccagni o fin troppo generosi, dai personaggi del calcio e dello spettacolo alle lotte sindacali. Il tutto narrato attraverso le chiacchiere di una combriccola di amiconi, creati ad arte dall’autore, che perdono un po’ del loro tempo al Blue Avana: un locale come non ce ne sono più…

Sguardo sulla città, dal finestrino del taxi (di Sindacalisti… e di Migranti)

Pier Guido Quartero

C’erano tutti e tre, l’altra sera, al Blue Avana. Quando sono entra-to, voglio dire, c’erano Aldo e Paolo e Gianni e c’era anche un altro, uno un po’ come me: non tanto alto, piuttosto in carne, con pochi capelli… insomma, non un adone.

E erano tutti seduti al tavolo che discutevano e io non li avevo mai visti così accaldati e mi sono un po’ stupito e ho chiesto se c’era qualcosa e Gianni mi ha detto:

– Stiamo discutendo i problemi della categoria.

E io, scemo, ho chiesto quale categoria, e loro per poco non mi mangiavano, perché la categoria sono i tassisti, anche se uno di loro, quelli lì al tavolino, dico, ormai è in pensione e l’altro fa il barista già da un po’, e quando si discute della categoria vuol dire che si parla di quello. E alla fine, quando si sono calmati, Aldo, che è il padrone di casa, mi ha presentato il quarto, che era, e non poteva che essere, un sindacalista e si chiamava Valentino Dondel-li.

Io non so che cosa ne pensate voi dei sindacalisti, ma personal-mente, col tempo, mi sono fatto grosso modo l’idea che ne esista-no due tipologie, quelli che lo fanno perché ci credono e quelli che lo fanno per lo stipendio. Sicuro che, farlo perché ci credevi, era molto più facile quando le cose andavano in un certo modo e sembrava che saremmo stati tutti sempre un pochino meglio ma, ora che le cose vanno per l’altro verso, è diventato molto più diffi-cile, e questo vale per molti di quei mestieri lì, compresi i politici e perfino i preti.

Va bene. Allora mi sono detto: teniamo gli occhi aperti e vediamo se questo è di una tipologia o dell’altra, e poi ci siamo stretti la mano e, dato che dei problemi della categoria sembrava che tutto sommato ne avessero già discusso abbastanza, io ne ho approfitta-to per parlare di politica un po’ più in generale e gli ho chiesto che cosa ne pensava, lui e la categoria, della situazione cittadina.

E Valentino non si è fatto pregare, perché lo sapete che se c’è una cosa che non gli manca ai sindacalisti è il fiato per parlare, e così si è messo d’impegno e mi ha raccontato come ha visto cambiare Genova negli ultimi vent’anni, guardandola dal finestrino del suo taxi.

– Partiamo da questo: – mi ha detto – che negli anni ’80 era stato aumentato il numero delle licenze perché c’era ancora chi proget-tava una città in crescita, dove il lavoro per i taxi avrebbe dovuto aumentare. Poi, in coincidenza con Tangentopoli, la visione si è ridimensionata e soprattutto è cambiato in modo evidente il pro-getto, con l’occasione della Colombiane, che subito non sono sembrate un gran successo, ma che hanno determinato un trend che negli anni si è sostenuto. Si è ridimensionato l’aspetto della grande città operaia, e si sono prospettate le nuove scelte strategi-che, con il porto, il turismo culturale e congressuale, l’high tech.

– Mi sembra che tu sia fin troppo ottimista. – gli ho detto io – A me veramente non pare che di questi tempi stiamo andando tanto bene.

E lui: – Lo so, ma tieni conto che il mondo intorno sta cambiando, e che, per essere in grado di affrontare i mutamenti che vengono da fuori, è necessario in primo luogo avere noi un’idea di cosa vo-gliamo essere. Secondo me, secondo noi, Genova ha un’idea abba-stanza precisa della propria identità, e quindi dovrebbe essere in grado di difenderla. Certo: i problemi sono grossi e i fenomeni che si verificano a livello globale inarrestabili. Guarda solo cosa è stato il fenomeno migratorio. Ormai ci siamo più o meno abituati all’idea, ma non è stato facile. Negli ultimi anni, più o meno il 10% dei nostri clienti è composto di extracomunitari. Prima soprattut-to maghrebini e ora prevalentemente latinos…

Voi lo sapete, che io ho una passione per le storie, e così ho ap-profittato di un momento in cui prendeva fiato per domandargli se per un caso fortunato aveva qualche aneddoto da raccontarmi a proposito di immigrati extracomunitari; e lui mi ha risposto così:

– Beh, ce ne ho uno che non me lo dimenticherò, e che è abba-stanza simbolico di certi eccessi di paura con cui abbiamo accolto questa gente. Una volta mi è capitato di caricare un Senegalese, e saprai che i Senegalesi sono, di solito, persone molto civili ed edu-cate e anche questo lo era. Solo che, quando siamo arrivati all’indirizzo che mi aveva dato, vicino a San Donato, in pieno Centro Storico, mi ha fatto un sorriso imbarazzato e mi ha detto che non aveva i soldi per pagarmi, ma che sarebbe andato a pren-derli a casa e io ho pensato: “Ci siamo, questo vuole prendermi per i fondelli” e gli ho detto che, se proprio doveva andare fino a casa per prendere quei soldi, allora era meglio se io lo accompa-gnavo, perché poteva capire che, siccome non ci conoscevamo an-cora bene, per me non era così facile fidarmi eccetera. E, insomma, è andata a finire che mi sono infilato in questo carruggio insieme a lui e, gira che ti rigira, siamo entrati in un portone di quelli tutti bui, con le scale che andavano su dritte e non si vedeva niente, e lui davanti e io sempre di dietro a lui, fino a quando siamo arrivati in un vano grande, in penombra, dove c’erano un sacco di questi neri, un po’ seduti e un po’ appoggiati alle pareti, e tutti mi guar-davano con quei loro occhi chiari così evidenti, nel buio, sulle fac-ce, i cui contorni diventavano evanescenti nell’oscurità del locale. E io non ero tanto tranquillo e lui mi ha fatto un sorrisone lumi-noso con tutti i denti, che mi pareva un pescecane, e mi ha detto: “Eri già bianco prima, ma ora sei diventato ancora più bianco” e allora ci siamo messi tutti a ridere e lui mi ha dato i miei soldi e io me ne sono andato leggero come una piuma

Pier Guido Quartero Pier Guido Quartero
Opere dell’autore pubblicate da Liberodiscrivere

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