LA LANTERNA-RUBRICA A CURA DI MARCO MALTESU

Il nostro mondo non è per niente circolare

Quante volte abbiamo sentito parlare di economia circolare, questo termine racchiude una filosofia sulla quale andrebbe costruito, o forse sarebbe più corretto dire ricostruito, il nostro mondo.
La guerra, più di qualsiasi altro esempio, ha dimostrato al mondo, quanto l’attuale modello di sviluppo sia insensato ed inadeguato oltreché insostenibile.
Sono molti anni che, gli studiosi del settore, lanciano grida di allarme, perché si possa riconsiderare il modello di sviluppo che stiamo utilizzando, e poterlo riconvertire con uno più sostenibile, ma senza alcun risultato.
L’orizzonte dei nostri cittadini, ma anche quello collettivo della nostra società, sta perdendo di vista che l’ambiente in cui viviamo, non è un ambiente “vuoto a perdere”, per cui nel momento in cui arriveremo a condizioni di insostenibilità potremo sostituire questo mondo con un altro nuovo. La nostra società che tende a buttare tutto, ci ha abituato ad un comportamento di questo tipo, si rompe un elettrodomestico lo cambio, ma la terra, l’ambiente, non sono come il nostro elettrodomestico, se lo rompiamo non ci sarà modo di ripararli.
“Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro”.
Questa la profezia dei pellerossa del nord America rivolta all’uomo bianco che rompeva il rapporto di rispetto che aveva caratterizzato la vita dell’uomo nei confronti della natura e degli animali precedentemente all’invasione del Nord America. Nello stesso modo può anche essere citata l’estinzione degli abitanti dell’isola di Pasqua avvenuta per l’incapacità di capire quanto fosse importante la necessità di preservare la presenza degli alberi sull’isola, al punto di non avere più la possibilità di costruire barche per pescare o strumenti per poter vivere e ripararsi.
E con la stessa cecità noi stiamo attraversando la nostra epoca senza ascoltare il lamento di una terra che ci sta fornendo infiniti segnali di disagio.
L’approccio ad un problema cosi grande deve avvenire in tantissimi campi che costituiscono comunque la somma necessaria per poter risolvere il problema nel complesso.
Innanzitutto c’è da dire che la soluzione del problema mal si addice al sistema consumistico in cui ci troviamo immersi. Tale sistema prevede il consumo ed il cambiamento periodico degli oggetti che produciamo per far si che “tutti” possano essere e rimanere “consumatori”.
Famosa è la disputa che ha visto come protagoniste le industrie produttrici di lampadine nella prima parte del secolo scorso, quando, davanti alla possibilità di costruire una lampadina che non avrebbe presentato problemi di rottura, fecero cartello e decisero a tavolino di ridurre la vita delle lampadine di mille ore (circa 40 giorni), nacque cosi l’obsolescenza programmata, ovvero una sorta di data di scadenza per la nostra tecnologia che fa si che oltre quella data, l’oggetto (che sia tecnologico o meno) non è detto che non si rompa. Insomma tutto quello che compriamo è segnato, andrà bene per un periodo e poi… non è detto.
C’è da dire che comunque moltissime persone mal sopportano l’idea di utilizzare le stesse cose per lungo tempo e quindi in quel caso l’obsolescenza programmata viene superata dalla loro volontà di cambiamento.
Ma perché mai una persona non dovrebbe poter sostituire le cose a suo piacimento, perché mai dovrebbe essere, questo problema privato, un problema collettivo? Diciamo che esistono molte motivazioni alla richiesta di fermare il consumismo sfrenato che attraversa la nostra società. Il primo elemento riguarda il fatto che le materie prime non sono infinite, ad esempio tutte le plastiche derivano dal petrolio, i nostri telefoni, molti accessori delle vetture, altri elettrodomestici e l’elettronica in genere, sono prodotti anche utilizzando le “terre rare” e ci sarà certo un motivo per cui si chiamano così.
Oltre questo già enorme problema ne esistono altri ugualmente gravi, ovvero che, per produrre gli oggetti, vengono rilasciati nell’atmosfera dei gas inquinanti. In più viene prodotto tanto calore in eccesso, che magari attraverso un raffreddamento ad acqua viene smaltito nei fiumi o nel mare, tutte queste attività insomma, immettono nell’atmosfera degli inquinanti, delle energie, che entrando in un sistema chiuso lo squilibrano e si producono fenomeni, ad esempio quelli meteorologici, che tendono a dissipare questa energia. Più è grande lo squilibrio energetico e maggiore sarà la forza del fenomeno stesso.
C’è da dire che in più, le sostanze inquinanti, prodotte dalla combustione di petrolio, gas, ecc., tendono a formare, soprattutto negli strati più bassi dell’atmosfera, una specie di “cappa” che lascia entrare la radiazione del sole, ma forma una barriera per l’uscita di questo calore verso l’atmosfera. Tutto questo fa si che la temperatura con il tempo tenda a crescere e questo provoca tutte le conseguenze di cui abbiamo tanto sentito parlare, come lo scioglimento dei ghiacciai e di conseguenza l’aumento del livello medio del mare. Questo mette a rischio le popolazioni che vivono a ridosso del mare, in primis quelli che vivono nelle isole oceaniche, ma a cascata riguarderà tutte le coste. Immaginate che effetto potrebbe avere l’innalzamento del livello del mare nel nostro paese.
Vengono quindi generati degli scompensi, ma come, una società come la nostra, può affrontare il futuro senza incorrere in un eccessivo passo indietro dal punto di vista tecnologico, per poter gestire i problemi che abbiamo elencato precedentemente?
Innanzitutto sarebbe necessario adottare le politiche delle 3 R, ovvero: Ridurre, Riutilizzare, Riciclare.
Molti paesi stanno già da molto tempo adottando delle politiche mirate alla valorizzazione delle “buone pratiche”. In Italia il P.N.R.R. (Piano Nazionale Ripresa e Resilienza) dovrebbe essere finalizzato a far si che la nostra industria e tutta la nazione, possano essere indirizzate verso metodologie, di produzione e di distribuzione, a basso o nullo impatto ambientale.
Elemento fondamentale è che, soprattutto l’industria, viri da produzioni energivore ad alto impatto ambientale, verso produzioni a basso (o nullo) impatto attraverso l’impiego delle energie rinnovabili.
La ricerca, in tutte le nostre azioni future, ha un ruolo fondamentale in quanto ci deve far traguardare, appunto, la soluzione di un mondo basato sull’economia circolare, ovvero quel sistema chiuso (ad esempio una cittadina, un insieme di aziende, una comunità) in cui non si immette niente di nuovo e nulla si disperde. Un sistema economico capace di potersi rigenerare da solo garantendo anche la propria ecosostenibilità. Una economia in cui l’energia è di tipo rinnovabile e non fossile, con produzioni che non sprecano niente, ad esempio il calore in eccesso potrebbe essere utilizzato per il teleriscaldamento, oppure per muovere delle turbine che generano energia, oppure in mille altri modi. Un mondo in cui gli oggetti al termine della loro vita, e quindi non al termine del periodo di obsolescenza programmata, possono essere smontati ed ogni pezzo può essere riutilizzato per la creazione di nuovi oggetti.
Insomma l’economia circolare è un modello di produzione e consumo attento alla riduzione degli sprechi delle risorse naturali basato sulla condivisione, riutilizzo, riparazione e riciclo dei materiali e dei prodotti da utilizzare il più a lungo possibile.
Siamo tanto lontani, ma arrivarci è molto più facile di quanto si immagini.

Marco Maltesu
Direttore di redazione ilponentino.it

LA LANTERNA – Rubrica a cura di Marco Maltesu
direttore de il PONENTINO

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