I racconti del Blue Avana – (10) Segni del destino e botte di culo

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La “Concessionari di Automobili Pubbliche – Società Cooperativa a Responsabilità limitata“, cioè la società che raggruppa buona parte dei tassisti genovesi, ha compiuto nel 2013 i cento anni di attività. Questi, che pubblicheremo a puntate, seguendo la sequenza dei capitoli del libro Blue Avana. 100 anni di taxi a Genova di Pier Guido Quartero, pubblicato con l’editore Liberodiscrivere nel 2013, sono gli episodi più curiosi e quelli più significativi narratici dai tassisti genovesi, in attività o in pensione. Dalla calda vita della Via Pré degli anni ’50 alle corse in ospedale per salvare vite umane, dagli anni di piombo ai clienti strambi, taccagni o fin troppo generosi, dai personaggi del calcio e dello spettacolo alle lotte sindacali. Il tutto narrato attraverso le chiacchiere di una combriccola di amiconi, creati ad arte dall’autore, che perdono un po’ del loro tempo al Blue Avana: un locale come non ce ne sono più…

Segni del destino e botte di culo (il miracolo della valigia dimenticata e altre storie)

Pier Guido Quartero

Ora, io non so che cosa ne pensate voi delle privatizzazioni e, ca-piamoci, non voglio mica parlare di politica. E’ che a me non mi va questo fatto che, per telefonare, mi tocca guardarmi cento of-ferte differenti che mi parlano di un sacco di cose che non capisco e che, comunque scelgo, poi c’è sempre qualcuno che mi dice “Ah, ma se volevi quella cosa lì, allora facevi meglio a prendere un con-tratto così e cosà con la ditta Pinco Palla” e insomma: a me mi faceva così comodo quando c’era la TETI, o la SIP, o come si chiamava, che quella era la minestra e quella mangiavi e non dove-vi preoccuparti se avevi scelto bene o male. E voi mi direte che io parlo come un comunista, ma non è che io sia proprio comunista, è che sono pigro.

Che poi, ora ti regalano anche il cellulare, che tra un po’ ti fa an-che il caffè, se glielo sai chiedere, ma sei vuoi rispondere al telefo-no non c’ha più il tasto e devi sfregare un dito sullo schermo e certe volte, se ce l’avevo in tasca e si era scaldato o diosacosa non c’aveva la sensibilità e allora la Nina mi dice che sono io con i miei ditoni che non ho grazia e a me mi gira ancora di più il belino e va a finire che la chiamata la perdo e mi tocca richiamare, così va a finire che una chiamata diventa due e lo so anch’io che così la pri-vatizzazione funziona bene. Soprattutto per il privatizzante: io invece sono il privatizzato, non so se mi spiego.

Io comunque conosco uno bravo che c’è vicino a Campetto che ha anche una pazienza infinita e tutte le volte vado da lui e gli chiedo come si fa questo e quello e mi ha fatto fare un contratto a forfait, che più di tanto comunque non lo spendo, a meno che sforo il numero delle telefonate.

E così adesso c’è quest’altro problema, che siccome ho il numero fisso del forfait cerco di stare basso con le chiamate e magari poi va a finire che a un certo punto ne ho fatte troppo poche e mi di-spiace di non averle usate: è come aver buttato via i soldi, e così a un certo punto mi metto a chiamare quelli che non sento da un po’ e l’altra volta ho chiamato lo zio Alfredo e la zia Alda e poi lo zio Mario e la zia Paola e le mie cugine, che ormai sono tutte spo-sate con figli grandi: la Donatella, la Cristina e la Gabriella. E poi le chiamate vanno così, che io telefono e loro rispondono e siamo tutti contenti e io gli chiedo “Voi come state?” e loro mi rispon-dono “Bene e tu?” e io gli dico che sto bene anch’io, anche se ma-gari tanto bene non sto, ma è inutile complicare le cose. E poi io, che non sono tanto bravo a parlare al telefono, non so più cosa dire e rimango un po’ lì e loro mi chiedono “E cosa stai facendo di bello?” e io gli rispondo che sto provando a scrivere un libro e allora loro mi dicono “Ma che bravo che sei” e poi “Quando lo hai scritto me lo fai leggere?” e io rispondo di sì. Poi c’è un po’ di silenzio e poi mi dicono come sono stato gentile a telefonare e che piacere gli ha fatto sentirmi e che devo chiamarli ancora e io gli dico che lo farò senz’altro e poi ci salutiamo e finisce lì.

Però quel tipo di telefonate lì, quando cominci ti fa anche piacere, perché senti la voce di persone a cui vuoi bene, ma alla lunga di-venta un po’ noioso, così a un certo punto va a finire che chiamo il Gianni, che è questo mio amico del bar Blue Avana, che c’è sot-to a casa mia e ci vediamo sempre lì da Aldo, che è il titolare e prima faceva il tassista. Non so se ve l’ho già detto, ma Gianni fa il tassista anche lui, e tutti i giorni gli capitano delle cose e lui è bra-vo a raccontare. Così, se gli telefono, lui sa già che è perché ho voglia di sentire una storia e, se non sta guidando, me la racconta, così passa un po’ di tempo anche lui.

L’altra volta me ne ha detto due abbastanza belle e, se avete voglia, adesso io ve le racconto a voi.

Una, che è vecchia perché me l’aveva già fatta sentire delle altre volte, ma io non gliel’ho detto perché se no ci resta male, è quella che gli è capitata quella sera d’inverno, anni fa quando c’era ancora la lira. Era lì a Principe, verso le sei, che ormai era già buio. Per fortuna non pioveva e non c’era neanche tutto quel freddo. In-somma, stava appoggiato al taxi e fumava una sigaretta, chiacchie-rando con i colleghi, e ogni tanto si vedeva che arrivava un treno da più lontano perché sono quelli lì che portano i clienti, che arri-vano con le valigie e, se non è venuto nessuno a prenderli, cercano l’auto pubblica. Va beh, quando è venuto il suo turno di caricare, che non c’era più nessuno perché era venuta una bollata di clienti e erano partiti via tutti, ti arriva questo qua, vestito piuttosto bene, tutto anfanante perché aveva fretta, con un valigione e una valiget-ta e lui gli ha preso il valigione e l’ha sistemato nel cofano e ha lasciato che intanto il cliente salisse in auto e si accomodasse per il meglio e poi sono partiti e il passeggero ha chiesto di essere porta-to all’aeroporto e via.

Tutto sembrava andare per il meglio, quand’ecco che l’uomo di dietro comincia a dar segni di nervosismo e ad agitarsi. Gianni ha rallentato, per capire se c’era qualche problema, e l’altro, che a questo punto era fuori di sé dall’agitazione, gli ha detto che non trovava più la sua valigetta e, forse, nella concitazione, l’aveva la-sciata per terra quando si era imbarcato. Così, per fortuna non avevano ancora preso l’autostrada e hanno fatto inversione e sono tornati indietro. Gianni non ha detto niente, ma sapeva, come lo sappiamo tutti, che alla stazione c’è gente che girano come avvol-toi e tutto quello che vedono lo arraffano. Pensati un po’ una vali-getta lasciata per terra all’uscita dalla stazione, dove c’è l’attesa dei taxi. Ritrovare il collo in quella situazione era proprio come quella cosa del Vangelo del cammello che passa nella cruna dell’ago. E invece te la lì. Bella sola sul marciapiede, come se l’Angelo custode l’avesse protetta e resa invisibile.

Il tizio è sceso e l’ha agguantata come un naufrago che trova un salvagente. E’ risalito in macchina e naturalmente era euforico e ha spiegato a Gianni che lui lavorava per un’Agenzia di viaggi e do-veva accompagnare una comitiva e dentro alla valigetta c’erano otto milioni in contanti e una cinquantina di passaporti. Roba da matti. Comunque Gianni dice che una mancia come quella che ha preso quella sera lì, capita di rado di vederla.

Voi capirete che una cosa come questa è proprio un’autentica bot-ta di culo e se uno dovesse dargli un titolo a questa avventura io credo che non potrebbe essercene uno diverso. Ma il destino può essere più sottile e qualche volta mette insieme delle cose che sembrano combinate per caso ma, a pensarci bene, ti danno anche la sensazione che in fondo qualche regia ci debba essere e è anche per quello, credo, che tanta gente alla domenica va nelle chiese. Tutto questo per dire che Gianni mi aveva raccontato, quella volta lì che gli ho telefonato perché non avevo consumato il forfait, an-che un’altra storia dove c’è di mezzo il destino anche se non nella forma di una botta di culo come nella prima che vi ho detto.

Questa è successa in Piazza Leopardi, ad Albaro. Non so se la co-noscete: è quella bella piazza alberata dietro a San Francesco, dove c’è anche quella piccola chiesa romanica di Santa Maria del Prato, e che con quegli ippocastani sembra un po’ francese, dove ci sono ancora delle baracchette di ambulanti come nel dopoguerra, solo che le baracchette ora sono più carine e io immagino anche che i prezzi non siano più quelli.

E allora il Gianni mi ha detto, ma non so se questa cosa è capitata a lui o a un altro, ma in fondo a noi cosa ce ne importa, insomma Gianni mi ha detto che una volta c’è questo tassista che carica due signore, madre e figlia, con un fagottino che poi risulta essere una neonata. Io non so se lo sapete, ma lì vicino c’è una clinica privata piuttosto famosa, che si chiama Villa Serena e il guidatore, di pre-ciso, era stato chiamato proprio lì e ha subito capito che c’era una puerpera che tornava a casa e che chi l’accompagnava era la madre perché si vede che i maschi di famiglia erano impegnati in qual-cos’altro (oppure che la madre era un’arpia tremenda che control-lava tutto lei e in quel caso non c’era da discutere, ma questo non si deve dire, soprattutto davanti a una donna).

E così Gianni, o chi altro fosse quella volta lì, si trovava con a bordo tre generazioni di donne della stessa famiglia: la madre an-ziana, la figlia divenuta madre a sua volta e il fiorellino appena nato. E la giovane era stanca e guardava la sua bambina e sicura-mente stava pensando a quello che doveva fare e anche a tutto il futuro con quel bocciolino di rosa e forse pensava già anche a quando sarebbe toccato a lei di diventare nonna, ma invece la vec-chia, che aveva tanti di quei braccialetti che quando muoveva le mani sembrava che passasse un carretto siciliano con l’asinello o il mulo che sia e con tutti i suoi sonagli, era piena di energia e conti-nuava a parlare, come se ci fosse bisogno di riempire il vuoto e avesse un po’ paura del silenzio, che è quello che spesso fanno le donne. E a un certo punto si è messa a raccontare, la vecchia in-tendo, che diversi anni prima anche lei era venuta via da Villa Se-rena con sua madre e che anche allora avevano chiamato un taxi e poi disse una cosa strana. Disse: “Ma lo sai che io me lo ricordo ancora il numero dell’auto che chiamammo allora, perché mi è rimasto impresso nella memoria, non so perché, e il numero di questa che è venuta a prenderci ora è uguale identico. Vorrà dire qualcosa?”. E allora il tassista le ha risposto: “Vuol dire che sta-volta sono venuto io, ma che l’altra volta era venuto mio padre, perché il numero, come la licenza, sono passati da lui a me.”

Avete capito, i casi della vita? Le donne di una famiglia partori-scono, negli anni, nella stessa clinica, e chi poi le riporta a casa sono dei tassisti appartenenti anche loro ad un’unica famiglia. Io in chiesa ci vado solo quando la Nina dice che non posso fare a meno di andarci e non sono tanto sicuro che ci sia un Dio ma, se c’è, questo potrebbe essere un segno. Voi che ne dite?

Pier Guido Quartero Pier Guido Quartero
Opere dell’autore pubblicate da Liberodiscrivere

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