La patate di Montoggio

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La patate di Montoggio sono famose in Liguria e non solo. Lo sono da decenni, almeno per il passato più recente. Col Dopoguerra e la villeggiatura, chi risaliva i tornanti di Creto per trascorrere l’estate a Montoggio, tornava a casa col sacco di patate locali, talvolta più d’uno

-Di Sergio Rossi

Questa vocazione verso i pomi di terra, come li chiamavano ancora nei primi decenni dell’Ottocento, ha una storia piuttosto antica e documentata. Verso fine Settecento le patate si diffusero sulle montagne genovesi anche grazie all’azione efficace e lungimirante di Michele Dondero, parroco di Roccatagliata, un paesino che sta sulle alture della valle Fontanabuona ma assai prossimo ai villaggi della val Trebbia e dell’alta valle Scrivia.

La patate di Montoggio

 Il sacerdote cercò di convincere i suoi parrocchiani circa la bontà e la forte resa delle patate, ma ci vollero caparbietà e costanza per giungere al risultato sperato.

Su quei monti tanta gente viveva in un regime di povertà e denutrizione – è lui stesso a raccontarlo nelle sue cronache – ma nonostante quella condizione c’era una gran diffidenza verso un nuovo ortaggio venuto da chissà dove. Don Michele alla fine l’ebbe vinta ma ci volle qualche stagione per convincere i suoi conterranei a coltivare e mangiare le patate.

Siamo negli anni Ottanta del Settecento e circa un decennio più tardi, nel 1796, viene pubblicato lo studio del topografo Pellegrini che raccoglie, fra l’altro, i dati relativi alla produzione di patate in diversi paesi dell’Appennino genovese. Con 55.000 rubbi, cioè 440 quintaliMontoggio è il paese con la maggior produzione.

Val d’Àveto Santo Stefano (30.000), Val Borbera Cabella (400), Cantalupo (700), Carrega (0), Grondona (170), 
Mongiardino (4.340), Roccaforte (5.000), Rocchetta (1890)

Valle Scrivia Busalla (4.000), Casella (7.000), Croce Fieschi (1.500), 
Isola del Cantone (800), Montoggio (55.000), Ronco (800), Savignone (8.000)

Valle Stura  e Val TrebbiaCampofreddo (2.500) Fascia (1.600), Fontanigorda (3.400),
 Gorreto (4.500), Montebruno (6.000), Ottone (5.800), Propata (800), 
Rondanina (800), Rovegno (6.000), Torriglia (4.500)

(I dati sono tratti dalla relazione del topografo Pellegrini (1796), citata in A. Sisto, I feudi imperiali del tortonese (secoli XI-XIX), Giappichelli, Torino 1956, pag. 176; in evidenza le produzioni di Montoggio e Santo Stefano d’Aveto.).

La patate di Montoggio

Questo dato rivela l’evidenza che Montoggio avesse almeno una generica vocazione territoriale favorevole alla produzione di patate, condizione che può averne incentivato la coltivazione e, di conseguenza, alimentato l’esperienza agronomica dei contadini locali. In altre parole, è probabile che gli agricoltori montoggini si fossero resi conto di quanto venissero bene le patate, rendendo di più del grano e del mais e costituendo un ottimo alimento.

Tanto per fornire un termine di paragone con le colture allora più popolari, cioè cereali e granturco, i dati di fine Settecento, relativi alle montagne genovesi, rivelano che“[…] da quella porzione di terreno, donde non potevano ricavare che uno stajo [24 litri] di altre derrate, ne uscivano 50 rubbi [400 kg] di pomi di terra; i quali a calcolo fatto equivalevano a 25 rubbi [200 kg] di granone.”. [Massimo Angelini, Le patate della tradizione rurale sull’Appennino ligure – Chiavari, 2008]. Forse questo dato fornisce la prova evidente della convenienza che, vinta la diffidenza, trovarono i contadini nel coltivare attivamente le patate

In ogni caso, qualunque sia la ragione per cui Montoggio conquistò quel primato, questa tradizione antica rimane tuttora viva, poiché le buone patate sono sempre coltivate dai produttori locali. Sui mercati genovesi, e non solo, la scritta “Patate di Montoggio” attrae sempre i compratori che riconoscono un prodotto storico di elevato valore qualitativo. Discorso a parte meritano le diverse varietà coltivate nel tempo.

Montoggio è famosa per le sue “Bianche”, riportate in auge da un paziente lavoro di ricerca e rivalutazione concreta da Massimo Angelini a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. Alle “Bianche o Quarantine”, probabilmente erano affiancate anche altre varietà “antiche” soppiantate, almeno in parte, dalle nuove varietà introdotte nel Secondo Dopoguerra. Una fra tutte, forse la più diffusa fino a qualche decennio fa, era la Kennebec, localmente conosciuta come Kennedy, corruzione popolare del nome originale. In seguito, con l’aumentare delle varietà commerciali, ognuno decise di coltivare quelle che rendevano meglio o riscontravano il maggiore apprezzamento della clientela. Ciò che conta davvero per Montoggio, indipendentemente dalla varietà, è che a fornire una sorta di “Marchio di Qualità” ai tuberi locali, è sempre il nome “Patate di Montoggio”, che costituisce tuttora, per il consumatore finale, un elemento di attrattività e affidabilità, non una cosa da poco, di questi tempi.
(agosto 2020)

Foto da http://www.ilcucinosofo.it/

Sergio Rossi
Si occupa di storie e culture del cibo e della cucina. E’ stato direttore del Conservatorio delle Cucine Mediterranee di Genova, ha creato e curato l’Archivio per la Storia dell’Alimentazione Giovanni Rebora e ideato e curato i testi del blog ilcucinosofo.it
Vive e lavora fra Genova e l’entroterra genovese, indagando la cultura gastronomica delle comunità e le produzioni alimentari tradizionali italiane. Collabora con quotidiani, riviste e reti televisive.

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