I racconti del Blue Avana – (15) Assicurazioni

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La “Concessionari di Automobili Pubbliche – Società Cooperativa a Responsabilità limitata“, cioè la società che raggruppa buona parte dei tassisti genovesi, ha compiuto nel 2013 i cento anni di attività. Questi, che pubblicheremo a puntate, seguendo la sequenza dei capitoli del libro Blue Avana. 100 anni di taxi a Genova di Pier Guido Quartero, pubblicato con l’editore Liberodiscrivere nel 2013, sono gli episodi più curiosi e quelli più significativi narratici dai tassisti genovesi, in attività o in pensione. Dalla calda vita della Via Pré degli anni ’50 alle corse in ospedale per salvare vite umane, dagli anni di piombo ai clienti strambi, taccagni o fin troppo generosi, dai personaggi del calcio e dello spettacolo alle lotte sindacali. Il tutto narrato attraverso le chiacchiere di una combriccola di amiconi, creati ad arte dall’autore, che perdono un po’ del loro tempo al Blue Avana: un locale come non ce ne sono più…

Assicurazioni (Dove si parla di scianche e di regate)

Pier Guido Quartero

Ieri era una giornata un po’ particolare, perché la Nina mi ha detto che era il nostro decimo anniversario di fidanzamento, e per for-tuna che lei queste cose se le ricorda ma non è permalosa, così me le ricorda anche a me e io le faccio sempre qualcosa di speciale e lei è contenta e tutto va a burro e alici, non so se mi capite.

Così, ieri, quando la Nina mi ha baciato e mi ha detto:

– Auguri, Crapottone, oggi è il nostro decimo anniversario!

io le ho subito dato una bella strizzata e le ho proposto di venire a prendere un bell’aperitivo insieme a me e agli altri amici, giù al Blue Avana, che poi alla sera saremmo andati da qualche parte a vedere un film.

Va bene. Quando è stata l’ora giusta, saranno state le dodici o le dodici e venti, siamo scesi nel locale di Aldo, che è proprio sotto a dove sto io, e gli abbiamo ordinato due Marisa, che sono dei cock-tail speciali fatti come un Whyte Lady, con gin, cointreau e succo di limone, e poi allungati con spumante. E lui ci ha dato anche qualche pezzetto di pizza e patatine e olive e tutto quel genere di roba lì. E dato che è arrivato anche Gianni io ho voluto fare il signore e ho offerto anche a lui e già che c’ero ho offerto anche a Aldo, che tanto in quel momento lì non c’era tanta gente, e si sono seduti cinque minuti con noi e la Nina, che quando beve un po’ le va subito in testa e le si scioglie la lingua e non la fermi più, la Ni-na, dicevo, si è messa a raccontare dei suoi problemi con l’Assicurazione che le ha sbagliato il codice fiscale sul contratto e lei non riesce a farglielo correggere e poi è sicura che alla fine, quando si tratterà di tirare fuori dei soldi, quelli si attaccheranno alla questione del codice fiscale e le faranno un sacco di storie per non pagare.

Quello che mi piace quando la Nina racconta le cose, è che, anche se sta a Genova da quasi quarant’anni, tira sempre fuori l’accento e le parole delle sue parti, che sono un po’ Lodi e un po’ Pavia e quindi una bella parlata lombarda.

Per esempio, se dice che c’era uno spirlincino tutto tripilante, ma che si stimava tutto, vuole dire che c’era un tipo piccoletto ma tosto (se non fosse una parola volgare tradurrei: un tipetto cazzuto), il quale era tutto agitato (perché tripilare in questa lingua ninesca vuol dire agitarsi) e che comunque ci teneva ad essere più che a posto, perfino un po’ esagerato, con l’abbigliamento. E voglio pre-cisare che non parla proprio sempre così, ma se prende l’aperitivo è più facile che le succeda, e allora dice anche: “Cià, su” oppure usa parole come “mondeghili”, che sarebbero delle polpette longo-barde, oppure se la polenta le resta liquida dice che è “bella moresi-na” e magari mi recita anche la filastrocca di Crapa Pelada, che fa così:

Crapa Pelada l’ha fa i turtei

E ghe ne da minga ai so’ fradei.

I so’ fradei fan la fritada

E i ghe ne dan minga a Crapa Pelada.

E io le faccio il verso e le dico: “te sé balurda” e ci facciamo due risate.

E, ciò detto, eravamo rimasti che la Nina si lamentava delle assicu-razioni e del suo assicuratore, dicendo che lei di quello sprlincino tripilante che si stimava tutto non si fidava minga e patatì e patatà e il Gianni, che ne sa sempre una più degli altri, le ha detto:

– Cià. Tè, Nina – e si capisce che le stava facendo il verso per scherzare, perché il Gianni è genovese fin dai tempi di Adamo ed Eva, e così le ha detto: – Non devi mica pensare sempre male delle assicurazioni. Io ti devo dire che c’è stata una volta che con noi le assicurazioni si sono comportate bene.

Così noi abbiamo capito che stava per raccontarcene una e abbia-no tirato su un sorso dalla cannuccia e poi ci siamo accomodati bene con la schiena appoggiata alla spalliera delle sedie e siamo stati a guardarlo in rispettoso silenzio.

– Mi ricordo – ha cominciato Gianni – che a quei tempi ero in Commissione. Peo lo sa, cos’è la commissione, e naturalmente an-che Aldo, ma a te devo spiegartela perché non te l’ho mai detto. La Commissione è un organo di autodisciplina, che deve occuparsi della correttezza professionale degli appartenenti alla categoria. E insomma, una notte è successo un patatrac, perché c’erano due, evidentemente sbronzi, che hanno voluto fare una regatta in Via Venti.

Gianni dice regatta perché è abituato a parlare come se avesse ot-tant’anni, perché già ai miei tempi, quando ero giovane io, inten-do, se si faceva una gara di velocità con le macchine, e si facevano alle due o alle tre di notte, quando in giro non c’era nessuno, si diceva già “scianca” e come dicano i ragazzi di oggi non ne ho la minima idea. E comunque Gianni ha proprio detto regatta.

– Ora – ha aggiunto Gianni – è successo che, per un motivo o per l’altro, una delle due auto ha stretto l’altra e le ha dato un colpetto e l’ha mandata contro una delle colonne. E su quella macchina, oltre al pilota, c’era anche un passeggero. Una donna. Che è morta sul colpo. E si è saputo che l’altra automobile, anche se il tizio a bordo dell’auto incidentata non diceva niente, che l’altro, quello che lo aveva mandato a sbattere, era un taxi. Naturalmente c’era da fare delle ricerche, per scoprire chi era quello che aveva tagliato la corda dopo aver fatto il danno. Ma intanto c’era anche da aprire la pratica assicurativa il prima possibile.

– Ma cosa c’entrava la Commissione? – Ho domandato io.

– Certe volte sembri tanto intelligente, ma certe volte non capisci proprio un belino. Lì c’era un tassista non identificato che aveva fatto una regatta in Via Venti e, non contento, aveva dato una patta dentro all’altro e lo aveva fatto sbattere causando la morte di una passeggera. Quindi c’era il problema della responsabilità, in primo luogo verso i parenti della morta. E però, se non conoscevi chi era stato a mettere su tutto quel casino come facevi ad aprire la prati-ca?

– Ho capito. Vai avanti.

– Meno male. Allora, dovete sapere che a quei tempi avevamo con-trattato un’assicurazione standard per tutti i soci della cooperativa con un’importante società genovese multi mandataria. E noi siamo andati a trovarli, noi della Commissione, voglio dire, esponendogli il problema, perché se passava troppo tempo prima di individuare il responsabile, poi la pratica non si poteva più aprire, e quello là stava sperando di farla franca e quindi c’era il rischio che lo tro-vassimo troppo tardi. Insomma, quello che volevo dire è che que-sti della società capirono benissimo il problema e, avendogli noi detto che sicuramente la responsabilità era di uno dei loro assicu-rati, pur non sapendo ancora noi quale, in qualche modo, anche se non era regolare, misero su la cosa. Del resto, poi, tutto andò a posto, perché la categoria, se si muove, è un sistema di spionaggio a cui non sfugge niente, e la macchina danneggiata fu trovata in una officina e si seppe che chi la guidava era uno alla dipendenze di un altro che era titolare di licenza (allora c’era una disciplina diversa da quella attuale e le cose funzionavano così). Noi della commissione li conoscevamo già bene, quei due lì, perché erano due discrete legére, e comunque alla fine le cose andarono a posto.

Mentre finiva di parlare, Gianni ha allungato elegantemente la mano e si è preso, in un colpo solo, gli ultimi due avanzi di pizza che erano rimasti sul tagliere, così io ho dovuto mangiare uno di quei pezzetti di tramezzino freddo al prosciutto e formaggio infil-zati con lo stuzzicadenti che quando te li metti in bocca te la lega-no tutta come se ci avessi messo dello stucco a muro. Ma non gliene ho voluto, al vecchio Gianni. Dopotutto, con tutte le storie che mi racconta, qualche pezzo di pizza glielo dovrò pur lasciare,

no?

Pier Guido Quartero Pier Guido Quartero
Opere dell’autore pubblicate da Liberodiscrivere

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