Ahmad Mustafa Husayn


Nato nel 1806 salì al trono, dopo la morte del padre, nel 1837, morì a soli quarantanove anni. Figlio di una tabarchina nativa di Carloforte, Francesca Rosso, catturata ancora bambina durante la razzia di Carloforte del 1798. Nella sua pur breve reggenza fece grandi sforzi per accreditare agli occhi del mondo l’autonomia e il prestigio della Tunisia, cercando di farne un paese avanzato.

Di Antonello Rivano

Francesca rosso: da schiava a sposa e madre di bey

 La nostra storia inizia in una notte del 1798, precisamente quella tra il 2 e 3 settembre. All’alba del 3 settembre 1798, da quattro sciabecchi e una galeotta, un’orda di 4/500 corsari barbareschi sbarcò sull’ isola di San Pietro e misero a ferro e fuoco l’indifesa Carloforte, trascinando con loro, dopo due giorni di saccheggio indisturbato, 933 prigionieri, che avrebbero sofferto la schiavitù per circa 5 anni in terra d’Africa.


Cosi, malgrado alcune imprecisioni, e qualche volo di fantasia, lo storico Giuseppe Manno (Alghero, 17 marzo 1786 – Torino, 25 gennaio 1868) 

“[…] I barbari, sparsi in poco più di un’ora per tutta quella piccola terra avevano sgangherato le porte e illuminato con le loro fiaccole quelle chete abitazioni. I popolani atterriti e quasi dissensati erano afferrati senza contrasto e ed incatenati […]” e ancora “[…] Le donne avevano anche a paventare onta e villania, ed alcune di quelle disgraziate furono trafitte dal pugnale dei barbari in sullo stesso letto, perché avevano ricusato fortemente gli immondi loro abbracciamenti  […]” continua il Manno “[…] Ottocentotrenta (?) popolani erano al tempo stesso raccolti; e seminudi e martoriati in ogni maniera, caccianvasi e stipanvasi  come supplementi di zavorra, a caricare le sentine delle navi tunisine […] Degli arrestati aveavi più della metà fra fanciulli e donne”.

Tra i carlofortini fatti schiavi una ragazzina ci circa sei anni:  Francesca Rosso

Francesca Rosso era schiava al palazzo del Bardo quando di lei si innamorò follemente il fratello minore del Bey, il principe Sidi Mustafà

Nel memoriale di Madame Castelli, figlia di una schiava carlofortina, stabilitasi poi alla Goletta, si legge:
“[…] diverse piccole belline di quattro o cinque anni le ha nascoste (intendasi il Bey) per esso; insomma erano tra, due sono morte di sette anni dalla pena, e rimasta una, la più svelta e bellina, che si chiamava Francesca Rosso di Carloforte che l’aveva presa come figlia […]

 Nonostante l’avversione della madre, Sidi non distolse le sue mire dalla bella cristiana, finché, promessole che sarebbe stata la sua unica moglie, e non senza minacce, ne vinse le resistenze: abiurata – almeno esteriormente – la fede dei suoi, all’incirca all’età di 17 anni (15 per alcune fonti), Francesca Rosso divenne così l’unica legittima sposa del principe Sidi Mustafà, che le impose il nome di Lela Jenet Bèia.
(cosi riportavano sino a qualche tempo fa gli storici locali, ma Il fatto che fosse l’unica sposa leggittima, come vedremo più avanti, non era affatto vero)

Il Palazzo del Bardo (ora sede del museo nazionale) nel 1900


Sempre dal memoriale di Madame Castelli:
“[…] un giorno stirava (Francesca Rosso) e lui disse a Francesca Rosso, se tu non mi vuoi io ti brucerò come bruci il ferro, e preso il ferro le ha bruciato la mano destra; presente a ciò si trovava la maltese nominata Sesa[…]”  più avanti leggiamo “[…] Infine l’hanno sposata, alla età di 15 anni, ha dato alla luce un maschio e l’hanno chiamato Hamed Bey “il sardo”.  Muore Hassim Bey, è rimasto Bey Mustafà Bey […] al trono è rimasto quattro anni. Ha preso il trono il figlio Hamed Bey e sua madre si chiamava Francesca Rosso”.

L’unione fu felicemente allietata dalla nascita di un maschio, che sarebbe diventato Sidi Amed Bey.

Il piccolo fu allevato dalla madre e, cresciuto negli anni, fu dalla stessa mandato a Parigi, sotto la tutela del vescovo di Lione, per compiervi un corso di studi.

Questo fatto, posto in relazione con l’antica fede materna, originò in molti il sospetto che fosse stato segretamente battezzato. Alla morte di Hassim Bey, avvenuta nel 1822, Sidi Mustafà sucedette al fratello e tenne il regno per 4 anni. Mentr’ egli moriva, Francesca richiamò a Tunisi con tutta segretezza il Figlio da Parigi. Hammed tenne il trono per 24 anni, fino alla morte avvenuta nel 1850, in circostanze misteriose.

Ahmad Mustafa Husayn

Francesca, dopo qualche tempo, riallacciò i rapporti con la sua famiglia carlofortina e col suo popolo, chiamando a se la sorella, il fratello e due nipoti – Bartolomeo e Peppino, divenuti in seguito ufficiali dell’esercito turco. A Tunisi andò anche la madre, che dopo l’abbraccio con la figlia ritrovata volle ritornare a Carloforte, tra la sua gente. Dette ospitalità e concesse facilitazioni ai carlofortini che si recavano a tunisi per la stagione di pesca nella tonnara di Sidi Daude. Sopravvisse al figlio e, mentre la nuora – sorella del Sultano di Costantinopoli – vedova, ben presto ritorno nella nativa Istanbul, ella preferì finire la sua vita laddove tutto le ricordava il figlio.  (da “Studio Monografico della città di Carloforte“)

Sin qui la ricostruzione fatta in passato dagli storici locali che, dato i tempi in cui hanno scritto, si sono dovuti per forza di cose basare sul racconto orale, spesso con notevole sforzo di fantasia, e testimonianze indirette come quella del Manno o il memoriale di Madame Castelli, entrambi riportati nel manoscritto “Storia di Carloforte-Documenti e appunti” di Enrico Maurandi (1863-1937). Il manoscritto, custodito, per volontà degli eredi, nella parrocchia di San Carlo Borromeo di Carloforte, è stato editato e dato alle stampe nel 2013 dall’Associazione Culturale Saphyrina di Carloforte. i documenti e gli appunti del Maurandi, anche se spesso non citati nei loro scritti, sono stati per lunghi anni unica fonte degli storci e divulgatori carlofortini.
(Da notare la discrepanza di date, dovuta appunto dalla diversa, e non sempre attendibile, natura delle fonti).

Ricostruzione dell’interno di un Harem ottomano

 Con la moderna ricerca storica, e molto grazie alla “rete”, si è potuto, abbastanza recentemente, risalire a più fonti e maggiormente documentate, anche se raramente in Italiano. Nel prossimo capitolo, online dal prossimo giovedì, pubblicheremo una recente ricerca storica su Francesca Rosso, a cura di Salvatore Borghero, appassionato, studioso e divulgatore di storia tabarchina, con approfondimenti e dati storico/anagrafici aggiornati. Borghero ci racconterà anche del mistero delle due Jenet e dell’eredità contesa.

Non abbiamo ritratti di Francesca/Jenet ma possiamo provare a immaginarla così


Riportiamo, per completezza di informazione, parte delle note del prof.Fiorenzo Toso (Arenzano 1962 – Arenzano 2022) a margine del suo “Tabarchino e Tabarchini a Tunisi dopo la Diaspora

“Il principe Mustafa ibn Mahmud (17 86-1837) sposò effettivamente, prima del 1805, una ragazza carlofortina nata nel 1785, Francesca Rosso figlia di Sofia, che assunse il nome islamico di Lalla Jannat e il titolo di beya (moglie principale, ma non unica) quando il marito salì al trono nel 1835 alla morte del fratello Hus-sein II. Il suo breve regno, fino alla morte nel 1837, fu piuttosto incolore. Gli successe Ahmad I ibn Mustafa  (1806-1855), figlio della Rosso, sovrano dotato, come vedremo (anche nei prossimi capitoli pubblicati sul PONENTINO n.d.a), di ben altra personalità. È interessante notare  come le scarse  notizie  sul  conto  di  Francesca  siano  state  ricomposte  dagli  storiografi  carlofortini in modo da giustificarne persino l’apostasia. Secondo Vallebona (Carloforte cit., pp. 125-128) la ragazza, allevata a corte dopo la deportazione, avrebbe suscitato la folle passione del giovane Mustafà. La perfida madre di questi, contraria alla relazione, l’avrebbe allora cacciata da palazzo. Il bel principe non si diede ovviamente per vinto: rintracciò la sua schiava, la reintrodusse a palazzo e la sottopose a un corteggiamento più insistente di prima. Alla fine  la giovane avrebbe accettato di abiurare e di sposare il Mustafa, a patto che  egli  si  sottoponesse  a  una  rigida  monogamia. Rimasta  vedova,  quando  suo  figlio  Ahmad  era  ormai  salito al trono, Francesca/Jannat avrebbe ricevuto un giorno la visita di alcuni tonnarotti carlofortini che le  avrebbero  rivelato  che  la  madre  era  ancora  viva  a  Carloforte.  L’ottantenne  Sofia  avrebbe  accettato  di  imbarcarsi e raggiunta Tunisi, avrebbe riconosciuto la figlia in tempo per darle «l’ultimo bacio di tua madre cristiana, che per tutta la vita piangerà la fede che hai perduto». Dopo di che se ne tornò a Carloforte carica di doni del nipote Bey. Francesca sarebbe poi vissuta ancora a lungo dopo la morte di quest’ultimo (1855), sola «in una società piena d’insidie e di pericoli» ma dove «tutto le ricordava il figlio diletto prematuramente scomparso». In realtà  Lalla Jannat ebbe tre colleghe e morì il 1 gennaio 1848. Le scarse fonti disponibili ne parlano come di un’accorta amministratrice dei beni di palazzo, molto ascoltata dal figlio e perfettamente compresa nel suo ruolo di regina madre. Cfr. in proposito L. B.LILI. Froufrous et bruissements: ostumes, tissus et couleurs dans la cour beylicale de Tunis au XIXe siècle, in Trames de langues. Usages et métissa-ges  linguistiques  dans  l’histoire  du  Maghreb,  a  cura  di  J.  Dakhlia,  Paris  2004,  pp.  223-239  (l’autrice  confonde peraltro Francesca con un’altra moglie di Mustafà, Elena Grazia Raffo, cfr. nota 39). “

[Continua…]
La prossima settimana: Ahmad Mustafa Husayn, il bey di Tunisi, figlio di una schiava carlofortina, che abolì la schiavitù/Parte seconda Il giallo delle due Jenet e l’eredità contesa (di Salvatore Borgero) [con importati aggiornamenti e approfondimenti storico/anagrafici a cura dello stesso autore]

Letture Consigliate:
Gli schiavi carolini catturati nel 1798” di Daniele Agus e Salvatore Borghero (L.Editrice, 2010)
Il Bey Carlofortino” Romanzo storico di Salvatore Ventura (Blurb editore, 2017)
Storia di Carloforte-Documenti e appunti” di Enrico Maurandi – Associazione Culturale Saphyrina Carloforte (Fausto Lupetti editore, 2013)

Antonello Rivano
Redattore Capo il PONENTINO

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