Leo Perutz “Dalle nove alle nove” Ed. Adelphi

In un giro d’orologio, dalle nove alle nove, come recita il titolo, si consuma la vicenda tragico-grottesca di Stanislaus Demba studente universitario, bizzarro e stravagante, nell’aspetto e nelle maniere; seguiremo il suo peregrinare e le sue tappe, una sorta di concitata e ansiosa via crucis, attraverso vari luoghi della Vienna del primo ‘900, dove con i suoi strani modi non mancherà di suscitare stupore, pietà, disprezzo, e in qualche caso terrore. Ogni stazione è anche una vivida e ironica descrizione di differenti ambienti e personaggi e situazioni piccolo-borghesi.
Al suo apparire in scena lo vediamo mentre tenta di entrare in una salumeria, abbassando la maniglia col gomito e spingendo la porta col ginocchio: è un uomo giovane, alto, dalle ampie spalle, dai baffi corti e rossicci; porta il soprabito avvolto attorno alle mani a guisa di un manicotto, ha gli stivali sporchi e i pantaloni infangati, come se avesse fatto molta strada. Nel negozio sembra avere molta fretta, ma poi, ricevuto il panino imbottito richiesto, indugia ostentatamente, facendo molte domande e guardandosi intorno per perder tempo; la pizzicagnola si allontana per prendergli del liquore, al suo ritorno l’uomo è sparito, ma ha lasciato le monete del conto sul bancone.

Seguono altri incontri durante i quali Stanislaus si comporta in maniera davvero bizzarra, non allunga mai le mani, anche quando sarebbe semplicissimo farlo, una sorta di supplizio di Tantalo di cui chi legge non riesce a darsi ragione.

Verso la metà del romanzo veniamo a sapere (ed io non ve lo dirò) il motivo di questo impedimento, banale in fondo, ma terribile per le sue conseguenze.
 Se dapprima le peripezie di Demba potevano sembrare misteriose sì, ma grottesche e quasi comiche, con il procedere del racconto fatalmente e inesorabilmente si fanno cupe e drammatiche.
 Non dirò di più sugli eventi, se non che Il suo destino è segnato, il tempo sta per scadere e la tragedia è imminente, il giro d’orologio sta per completarsi.


Questo testo, come tutta la buona letteratura, ha diversi livelli di lettura. C’è la vicenda del convulso girovagare di Demba e del suo incomprensibile (almeno fino a metà della narrazione) comportamento, che tiene sulle spine il lettore e lo spinge a fare mille ipotesi. C’è la garbata, ma pungente ironia di costume che fa sfilare in passerella una serie di personaggi di volta in volta boriosi, saccenti tronfi, supponenti, sciocchi, vacui, ma compresi nel proprio ruolo, inconsapevoli della loro misera mediocrità. Infine c’è l’aspetto metaforico, simbolico, rappresentato da tutta una serie di cose che potrebbero essere “a portata di mano” ma diventano di fatto irraggiungibili; impedimento che viene qua e là sottolineato con ironia da frasi fatte quali “alzare un dito”, “allungare le mani” “avere le mani legate”. Ultimo, ma non meno importante, il godimento dato da un meccanismo narrativo funzionante come un orologio di alta precisione, e da un’atmosfera kafkiana non casuale, vista l’amicizia e la temperie culturale comune dei due autori.

Grazia Tanzi

(Informazioni sull’autore)

image_printScarica il PDF