Tabarca
Tabarca-Anonimo, prima metà XVII secolo-Museo Navale di Genova Pegli

“Una lunga storia mediterranea: Tabarca”. Nel libro di Fabio Pomata la complessità del moderno nella nascita di Carloforte e Calasetta

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di Antonello Rivano

Uno sguardo su vicende politiche ed economiche che portarono nel XVI sec. all’insediamento genovese nell’isola di Tabarca in Tunisia, e la successiva diaspora del popolo tabarchino verso le coste sud-occidentali della Sardegna. Con il sottotito” La complessità del moderno nella nascita di Carloforte e Calasetta“, questo è quanto si propone il nuovo libro di Fabio Pomata Una lunga storia mediterranea: Tabarca (Edizioni Efesto, 2022). Un altro importante tassello che va ad arricchire la bibliografia di una storia straordinaria ed unica come è stata, e per molti versi ancora è, l’epopea tabarchina.

Fabio Pomata, storico e studioso di metodologia della ricerca storica sia moderna che contemporanea, è nato e vive a Roma, il padre di Carloforte e la madre di Calasetta. Dopo aver lavorato -con formazione classica- in ambito informatico e di sicurezza delle reti, ha scelto di seguire la propria passione ed intraprendere studi specialistici in ambito storico.

A lui abbiamo chiesto cosa lo ha spinto a scrivere questo libro e quale importanza riveste, al giorno d’oggi, la memoria storica della tabarchinità.

Indagare la complessità è faticoso ma necessario, e lo è ancora di più quando questa investigazione riguarda ciò che siamo stati e ciò che vorremmo essere.
Il mio lavoro nasce come tesi di laurea al termine di un percorso di studi storici a cui mi sono dedicato. Ma mi piacerebbe fosse letto come una lettera d’amore per i nostri paesi e per la nostra storia, da cui dobbiamo ripartire per non diventare ostaggi solo dei ricordi o, peggio ancora, del banalizzante folklore. Guardare solo indietro non aiuta a rivendicare la diversità delle nostre comunità: lo studio di come siamo diventati oggi è uno strumento importante, necessario,
per immaginare e preparare il futuro in un mondo così diverso, all’apparenza almeno, da quello che ci ha generato.
Oggi anche il solo guardare le nostre vigne coltivate nella sabbia o gustare qualche fettina di musciamme può farci ragionare in prospettiva per progettare un futuro tabarchino di piena maturità e consapevolezza.”

Vorremmo aggiungere, a tal proposito, una frase di Claude Antoine Pascal, fatta propria dal prof.Nicolo Capriata, storico e cultore appassionato delle vicende tabarchine scomparso lo scorso anno : “Non c’è da scommettere un soldo sul futuro di un popolo che non abbia rispetto del proprio passato“. Ben vengano quindi lavori come quello di Pomata, che quel passato continuano a raccontare e ricordarci, approfondendolo con amore e passione.

L’autore presenterà il libro a Carloforte (SU) il 27 maggio prossimo, a Calasetta (SU) il 24 Giugno, e a Pula(CA) il 3 Giugno. In programma anche un appuntamento a Genova con data ancora da stabilire.

La copertina del libro e l’autore Fabio Pomata

Il libro

Questo studio si propone di indagare, agli inizi del XVI secolo, la complessità dei rapporti ancora esistenti tra Stati e popolazioni nel Mar Mediterraneo, nonostante la rivoluzione che le scoperte geografiche e l’interesse verso i Nuovi Mondi stavano determinando, in un’epoca che molti hanno individuato come l’inizio del mondo globalizzato. Rapporti che vedono, oltre la consueta dinamica delle relazioni internazionali fra regni ed imperi, anche quelli quotidiani tra la gente comune in termini di commerci, scambi e contatti, pure intesi fra religioni diverse.

La presenza genovese a Tabarca, in Tunisia, fa parte di un’ampia e consolidata relazione in ambito economico, imprenditoriale e finanziario tra la monarchia spagnola e il mondo affaristico-finanziario della Repubblica di Genova.
I due secoli di permanenza ligure in terra tunisina hanno, tra l’altro, prodotto una contaminazione linguistica tuttora fortemente radicata, specialmente nelle comunità tabarchine di Carloforte e Calasetta, dove non si è mai perso l’uso della lingua originaria che è divenuta carattere distintivo delle comunità.
(fonte: sinossi da https://www.edizioniefesto.it/)

Disegno Tabarca XVIII-sec.

La prefazione del prof.Fiorenzo Toso

Il volume si fregia della prefazione dello studioso Fiorenzo Toso, professore ordinario di Linguistica presso il dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali dell’Università degli Studi di Sassari, specialista dell’area ligure e della sua storia linguistica e letteraria. Riportiamo qua sotto il testo integrale

Prefazione di Fiorenzo Toso


Sull’epopea tabarchina esiste ormai un’ampia bibliografia, che è andata arricchendosi anche negli ultimi anni grazie a contributi di studiosi interessati alle molte sfaccettature di una vicenda straordinaria: quella di un piccolo popolo isolano sballottato tra due continenti e quattro o cinque paesi del Mediterraneo, dalla Liguria alla Tunisia, dalla Tunisia alla Sardegna e all’Algeria e alla Spagna, in grado di mantenere viva la coscienza della propria specificità culturale e l’orgoglio delle proprie origini, l’uso di una lingua originale e le peculiarità che ne fanno davvero un unicum nel panorama etnografico del Mediterraneo.
La “nazione tabarchina”, che così è chiamata nelle cronache e così continua in fondo a riconoscersi, ha espresso una vicenda davvero originale, fatta di esperienze collettive e individuali che rasentano i confini del romanzesco e che pure continuano ad affascinare perché sono vere: uno di quei casi, si potrebbe dire, in cui la realtà (storica, in questo caso) supera la più sbrigliata fantasia.
Quale che sia il punto di vista col quale ci si avvicina alle vicende dei tabarchini – il mio, in particolare, è quello del linguista – non si può fare a meno di rimanerne coinvolti, e di desiderare di conoscerne meglio le più varie sfaccettature. D’altro canto, per rimanere sull’esempio appena proposto, il “miracolo” di un genovese parlato per secoli sulle coste africane e di lì trapiantato in Sardegna richiede spiegazioni che non si esauriscano nella pura e semplice volontà di mantenere intatta la propria “identità” da parte di un piccolo gruppo di coloni: e allora occorre soffermarsi sui motivi per i quali una lingua esclusivamente parlata poteva avere una propria utilità pratica nella rete di contatti attraverso quel “mondo grande” (per usare l’espressione che identifica le grandi rotte del cabotaggio) che, esteso su tutto il Mediterraneo occidentale, rappresentò per secoli l’orizzonte economico, prima che culturale, dei tabarchini; oppure riflettere sul rapporto costante con la madrepatria ligure e sull’ostentata indifferenza nei confronti dei diversi retroterra – tunisino, sardo, spagnolo – che nascono da motivazioni di ordine pratico assai prima di ogni altra considerazione di carattere identitario. Per fare ciò, anche il linguista deve improvvisarsi storico.
Di scritti sulla storia tabarchina nelle sue varie fasi ne esistono molti, anche se una vera e propria sintesi resta forse ancora da compiere: poco indagato ad esempio è il ruolo della grande comunità tabarchina di Tunisi nell’Ottocento, una delle due estremità, insieme a Genova, di una rotta che veicolava interessi nei quali il ramo tuttora vitale della diaspora tabarchina, quello sardo, era pienamente inserito; e meglio andrebbero indagate forse le vicende della “colonizzazione” dell’arcipelago sulcitano nella complessità dei rapporti politici e ancora una volta economici che per essa e da essa presero avvio, non come episodio occasionale e improvviso, ma come conseguenza di una progettualità che si estende tra il 1738, anno della fondazione di Carloforte, e il 1770, con la nascita di Calasetta, ponendo le basi per un “successo” di cui, con legittimo orgoglio, i tabarchini di oggi sono gli eredi.

Fabio Pomata ci offre una sintesi di queste vicende, utile senz’altro come punto di partenza per chi voglia approfondire gli aspetti storici dell’esperienza tabarchina, ma anche per chi voglia comprendere, con qualche dettaglio, altre manifestazioni della peculiarità di un gruppo fortemente caratterizzato, dalla lingua all’alimentazione, dalle specializzazioni economiche alle particolarità di un ambiente e di un paesaggio marcatamente condizionati da una presenza antropica così decisamente connotata nel segno dell’originalità. Lo fa con la passione di chi, malgrado la “distanza” dai luoghi, sente il fascino e l’attrazione di essi e, con essi, di ciò che i luoghi stessi rappresentano. È del resto un tratto caratteristico dei tabarchini che sono andati “fuori”, e dei loro discendenti, il fatto di nutrire un inesausto interesse per le proprie radici, per la storia, per la lingua, anche quando quest’ultima è andata magari perduta, anche quando i rapporti diretti sono andati a mano a mano sfilacciandosi.
Fabio Pomata ha la fortuna (che non è fortuna in realtà, ma risultato di applicazione, di capacità e di curiosità) di possedere la strumentazione e i modelli adeguati per sintetizzare, attraverso una ricostruzione rigorosa e coerente, le grandi linee storiche della vicenda tabarchina, realizzando una panoramica che va ad aggiungersi alla bibliografia esistente non solo come compendio (operazione già in sé utile), ma come proposta di lettura autonoma e originale, in modo da portare un proprio personale contributo alla conoscenza e alla divulgazione di un complesso di episodi storici che certamente possono attrarre anche lettori meno direttamente “coinvolti”, ma non per questo meno interessati al quadro d’insieme che emerge dalla sintesi qui tentata: non mera riproposizione di una “bella storia” mediterranea, ma vera e propria guida per avvicinarvisi con uno sguardo consapevole di ciò che essa realmente può insegnare.
Fiorenzo Toso
Università di Sassari
Gennaio 2022

Antonello Rivano
Redattore Capo ilponentino.it

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