LA LANTERNA- Rubrica a cura di Marco Maltesu

La nuova diga foranea, un’opera che segna il futuro di Genova e della Liguria

La diga foranea di Genova non è una semplice infrastruttura, è una di quelle opere che sono destinate a caratterizzare la citta di Genova e della Liguria per i prossimi decenni.

La nuova diga avrà uno sviluppo complessivo di 6200 m, con la costruzione di 4125 m previsti nella prima fase, e poggerà su fondali variabili compresi tra 20 e 50 m. L’opera sarà costruita a circa 450 metri al largo della diga esistente e permetterà l’ampliamento del canale di Sampierdarena, la creazione di un nuovo avamporto del diametro di 800 m e la realizzazione di un nuovo canale di accesso di larghezza di 300 m.

Un’opera del genere non può e non deve essere trattata con i criteri normali di progettazione perché la sua costruzione, e le scelte che la caratterizzeranno, sono scelte che incideranno pesantemente sulla realtà sociale ed economica locale. In poche parole la diga foranea non è solo una parte del porto ma è una parte della città, una parte della regione, il vero e proprio confine sud della società ligure.

Per la progettazione di un’opera del genere si deve avere uno sguardo a 360 gradi non solo sulle esigenze del porto, presenti e soprattutto future, ma si deve avere lo stesso sguardo per le esigenze di tutte le realtà esistenti, attività imprenditoriali, aeroporto, infrastrutture a terra, infrastrutture di collegamento e soprattutto per le esigenze sociali.

Genova è ed è sempre stata una città sul mare e da esso ha tratto la linfa per reinventarsi nel corso dei secoli. Sarebbe un errore pensare che la città sia portocentrica e costruire una città che sia ad immagine e somiglianza del porto. Genova è, e deve rimanere, una città multicentrica in cui le attività si possano sviluppare secondo i talenti locali.

Questo significa che non si può e non si deve piegare un ambiente ad un destino non condiviso, ma piuttosto, devono essere fatti tutti gli sforzi per includere le istanze esistenti della società civile nella progettazione. Nel caso specifico sono stati fatti dei passi in avanti attraverso il dibattito pubblico introduttivo ma la situazione esistente attualmente, rischia di mettere in crisi l’intero impianto iniziale.

Ad esempio sulle tecniche costruttive, sembra che non siano state fatte scelte più coraggiose dando per scontata la metodologia scelta, trascurando ad esempio tutte le nuove tecnologie costruttive che consentirebbero la realizzazione di un’opera meno impattante. Scelte diverse comporterebbero ad esempio la possibilità di creare le condizioni per la produzione, in misura adeguata, di energia da fonti rinnovabili, in primis quella generata dal moto marino ed inoltre quella derivante dall’eolico. Niente di tutto questo ha necessità di riempimenti, anzi, sarebbero un grande freno alla capacità di utilizzazione delle tecnologie esistenti.

La necessità di ripensare l’opera alla luce del risultato della gara appena andata deserta, deve essere l’occasione per dare al progetto un respiro più globale che faccia diventare la stessa, la realizzazione del sogno di un’intera città.

La visione complessiva deve tenere maggiormente in considerazione non solo le esigenze del porto, ma anche quelle degli altri trasporti, ovvero la Genova del futuro, con la possibilità di trasportare le merci, ed i passeggeri, non solo via gomma ma soprattutto via ferrovia. La possibilità, ad esempio, di creare in modo più strutturato un trasporto passeggeri all’interno della città con i battelli e la possibilità di trasporto delle merci attraverso l’uso di chiatte. L’aeroporto non può e non deve continuare ad essere assoggettato alle esigenze del porto ma deve ritrovare una sua autonoma importanza.

Tante e troppe sono le prescrizioni a cui l’aeroporto è assoggettato attualmente a causa della presenza del porto che ne minano un’operatività ottimale, presenza di gru che limitano in entrambe le direzioni l’utilizzabilità, senza parlare del passato quando, sull’onda della disgrazia della Jolly Nero del 2013 che causò il crollo della Torre Piloti, la Torre di Controllo Portuale, fu stabilita la chiusura notturna dell’aeroporto per circa tre anni per consentire il passaggio delle navi da ponente ed evitare la manovra simile a quella che aveva generato la disgrazia. Salvo il fatto che nei tre anni nessuna nave ha utilizzato la direzione proposta semplicemente perché era impossibile la manovra. Tre anni in cui non sono arrivati dirottamenti notturni, non è stato possibile schedulare voli notturni da e per Genova, tre anni in cui la considerazione dell’aeroporto di Genova è diminuita per la ridotta operatività che comporta una chiusura notturna di un aeroporto.

La cosa più grave di questo approccio nei confronti dello scalo aereo, è il fatto che l’aeroporto invece, è l’unica infrastruttura capace di far fronte a maggiori esigenze senza grandi investimenti. La Liguria è un territorio molto difficile, pensare di costruire nuove strade, o nuove ferrovie, significa pensare ad opere faraoniche che necessitano investimenti incredibili. L’unica infrastruttura capace di poter immediatamente o quasi far fronte ad un aumento esponenziale sia di trasporto dei passeggeri che delle merci è l’aeroporto, senza alcuna necessità di nuove opere.  Eppure non esistono progetti seri per mettere al centro questa infrastruttura che, fra l’altro caso unico in Italia, si trova all’interno della città, anzi come ho già scritto, non solo non la si mette al centro del progetto di trasporto, o la si integra con gli altri trasporti, ma piuttosto la si costringe ad una situazione operativa di crescente difficoltà non andando a ricercare soluzioni che consentano da una parte lo sviluppo portuale e dall’altra una piena operatività aeroportuale.

Come poi non considerare le esigenze di una città che richiedono soluzioni come lo spostamento del chimico e del petrolio da Multedo e la altrettanto valida richiesta degli abitanti di Sampierdarena di non trovarsi con il problema che per tanti anni ha riempito di preoccupazione e non solo la vita degli abitanti di Multedo.

Occorre preservare inoltre le parti di litorale salvate dal flagello del passato e gli spazi caparbiamente reinventati come la fascia di rispetto di Prà, per non uccidere il litorale del ponente già messo a dura prova dall’utilizzo di tecniche costruttive utilizzate come se non ci fosse un domani.

Le infrastrutture servono, si devono fare, ma devono essere immerse in un contesto sociale, etico e produttivo capace di preservare il contesto in cui vengono create. Restituire un ambiente adeguato ed anzi migliorato dalla creazione di una nuova opera, non deve e non può essere un optional, ma deve essere una necessità per tutta la collettività.

Perché questo avvenga è quindi necessario che questa opera contempli le esigenze di tutta la città e non solo quelle del porto e per far questo è necessario che la progettazione avvenga con una visione a 360 grado delle necessità complessive della città.

Marco Maltesu
Direttore di redazione ilponentino.it

LA LANTERNA – Rubrica a cura di Marco Maltesu
direttore de il PONENTINO

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