La canzone di Felice

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Racconto di Sara Piccardo
La canzone era nata un po’ per caso, un po’ per celia, un po’ per ammazzare il tempo. Un pomeriggio verso la fine di dicembre, durante uno di quei giorni di attesa interminabile che i partigiani ben conoscevano, uno dei ragazzi aveva detto: «Noi non abbiamo un inno, un canto tutto nostro.» Si era fatto silenzio, poi tutti avevano annuito.
Era vero. Certo, c’era tutto il repertorio dei canti di lotta del movimento operaio, L’Internazionale, Bandiera rossa e tanti altri. Ma erano canzoni nate prima del fascismo e prima che molti di loro venissero al mondo. Un testo che parlasse della loro vita, delle loro speranze e delle loro motivazioni non esisteva ancora.
«Creiamolo noi, il tempo non ci manca» avevano proposto alcuni.

 La scintilla era scoccata così. Poi erano seguiti suggerimenti, battute, prese in giro, discussioni. Innanzitutto, si doveva scegliere un motivo su cui in seguito sarebbero state intagliate le parole.Ivan aveva preso la chitarra che portava sempre con sé e aveva accennato qualche nota.

«Cos’è?»
«Si chiama Katjusha, in Russia la conoscono tutti.»
Ivan, al secolo Giuseppe, parlava con cognizione di causa, avendo combattuto nell’Armir. L’aveva sentita un’infinità di volte, quella melodia semplice e trascinante.

«Ma parla di guerra?» Erano tutti curiosi.
«No, di una ragazza. Ma cosa importa? Le parole dobbiamo mettercele noi, non dobbiamo mica tradurla!»
Già, le parole. Da dire c’era molto e le proposte non avevano tardato a piovere. Il  si era riempito di entusiasmo. I partigiani di Felice, chi fumando, chi pulendo il fucile, chi rammendando qualche strappo negli indumenti consunti, riflettevano e suggerivano.

«Secondo me, la nostra canzone deve parlare delle nostre idee, di ciò che ci ha spinto a lasciare tutto e venire a combattere.»
«Certo, questo è sottinteso, però secondo me dovrebbe anche raccontare la nostra quotidianità. Le azioni, le sortite notturne…»
«Sì, sì, è questo che la distinguerà dagli inni che fanno riferimento solo ai massimi sistemi!»
Felice non parlava, ma ascoltava con attenzione. I ragazzi avevano mille idee ed erano tutte interessanti, ma non si poteva mica scrivere una Traviata. Servivano poche strofe e rime facili da ricordare, un testo da poter intonare la sera, nei casoni e nei cascinali abbandonati in cui facevano base, ma da cantare anche a squarciagola durante le azioni.

Gli balenò un’idea in testa. Recuperò il taccuino da medico, unico memento della sua vita precedente, e, dopo aver fatto cenno ai ragazzi di zittirsi, si mise a scrivere.

«Ivan, continua a suonarla» chiese. Con quelle note nelle orecchie, tracciò alcuni versi, cancellò, riscrisse.
Dopo meno di un’ora la canzone era pronta. La fece leggere ai ragazzi, insieme sistemarono qualcosa e iniziarono a cantarla.

«Funziona!» esclamò Ivan.
«Sì, sì, funziona!» concordarono gli altri, continuando a canticchiarla.
Se la rigirarono in bocca per due giorni, poi, la Vigilia di Natale, Ivan lanciò la bomba.

«Andiamo giù in paese a cantarla, comandante.»
Felice ci pensò su per un po’, poi acconsentì.
«Ma sì, andiamoci.»

Curenna, la piccola frazione che si trovava poco più in basso, era dalla loro parte. Gli abitanti li avevano accolti bene e sempre aiutati, inoltre pochi giorni prima avevano fatto sapere che per il pranzo di Natale avrebbero avuto piacere di avere alla loro tavola i partigiani, due per ciascuna famiglia. Anche il prete si era unito a quell’invito. Correvano un rischio enorme: se fascisti e tedeschi ne fossero venuti a conoscenza, chi poteva sapere quale sarebbe stata la rappresaglia per una dimostrazione simile? “Regalare” a quella gente povera ma fiera il loro canto sarebbe stato un gesto simbolico, un ringraziamento per il loro appoggio e un’attestazione di fiducia nei confronti dell’intero paese.

Ciò stabilito, la notte del 24, guidati dalle stelle proprio come raccontato nei versi del loro comandante, i partigiani di Felice Cascione, nome di battaglia Megu, scesero a Curenna. Si sistemarono sulla piazza del paese. Attesero che la gente uscisse dalla chiesa, gremita per la messa di mezzanotte, e iniziarono a cantare, prima titubanti, poi sempre più convinti.
Fischia il vento, infuria la bufera…

Foto: Brigata Garibaldi sullo sfondo della loro bandiera-L ‘immagine originale della brigata è tratta da http://archivioresistenza.fondazionegramsci.org/ . L’elaborazione grafica è di AntoRivaPhoto

Sara Piccardo


Fischia il vento è una celebre canzone partigiana comunista italiana su aria russa, il cui testo era stato scritto da Felice Cascione (nome di battaglia Megu), giovane poeta e medico neolaureato ligure, a Bologna, prima dell’8 settembre 1943. La melodia che fu poi utilizzata durante la Resistenza è quella della famosa canzone popolare sovietica Katjuša, composta nel 1938 da Matvej Blanter e Michail Isakovskij. Fischia il vento era l’inno ufficiale delle Brigate Garibaldi. (fonte Wikipedia)

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Un commento

  1. Volevo ringraziare per questo racconto.
    Un racconto così ben narrato che ti trascina nel buio della notte, intorno ad un fuoco, mentre il doc butta giù le parole sui fogli della sua vecchia vita, quasi senti l’odore del fumo…. quasi sfiori l’emozione condivisa intorno al fuoco. Un racconto ben raccontato compie esattamente questa magia, ti porta a “sentire” e quel “sentire” apre le porte del cuore su un infinito pieno di possibilità. La voce di Sara Piccardo sembra sussurrare sottovoce ma è capace di muovere potentemente le emozioni, un dono raro. Ringrazio profondamente l’autrice per avercene fatto partecipi.

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