Il Contastorie

Rubrica a cura di Roberto Gerbi
Il piacere di scoprire storie curiose, divertenti, drammatiche che un appassionato di libri ha ritrovato in biblioteche polverose, vecchie riviste e, qualche volta, in internet


JOHANN GOTTFRIED SEUME, UNA PASSEGGIATA VERSO SIRACUSA
-Seconda parte-

[Leggi anche Johann Gottfried Seume, una passeggiata verso Siracusa(1)]

[…]Neanche una persona coraggiosa, al limite dell’incoscienza, come Seume si sente di “passeggiare” da solo tra le montagne e i briganti di Calabria. Si accorda così col comandante di una nave mercantile e, in trentasei ore, è a Palermo.

Anche il viaggio per mare presenta i suoi rischi: “In alto mare avevamo sempre tenuto i cannoni caricati, e pronti circa quaranta grossi moschetti, per batterci contro i corsari nel caso si fossero presentati. Devi infatti sapere che il disordine oggi è talmente grande e la marina napoletana così debole, che talvolta essi arrivano persino davanti a Capri e addirittura davanti alla città, per vedere se possano condurre a termine qualche buon affare. È certamente una vergogna per il governo; ma il governo di ben altre vergogne è macchiato”.

Arriva in città in occasione di una qualche festa religiosa, fra spari e botti. A Palermo non fa altro che mangiare arance, visitare il teatro di Santa Cecilia, passeggiare nel giardino di Villa Giulia[1] e sulla Marina, recarsi sul monte Pellegrino e farsi risuolare gli stivali.

Da Palermo avrebbe l’intenzione di raggiungere Girgenti passando per Segesta, Erice e Selinunte, ma il mulattiere al quale si affida ve lo conduce per il percorso più breve, che attraversa l’isola, seguendo l’antica strada romana.

Si ritrova così in una zona poverissima: “Mai ho veduto in vita mia una miseria maggiore, né mai avrei potuto concepirla più crudele. L’interno dell’isola ha un aspetto terribile: qua e là s’incontrano luoghi coltivati; ma l’insieme è un deserto impressionante, quale non ho veduto neanche in America. […] Comparvero mendicanti in arnese talmente miserando, che al confronto quelli della scalinata di piazza di Spagna a Roma sono l’immagine dell’agiatezza. […] Io volgevo gli occhi intorno sul suolo ricco, e maledicevo in quel momento tutti i baroni e gli abati siciliani e avrei voluto, con i ministri alla loro testa, metterli tutti senza pietà davanti alla mitraglia”.

Anche le strade sono in pessimo stato. Il fiume Platani, che si deve attraversare una quindicina di volte, è privo di ponti: “Era questa mattina assai ingrossato; l’ultima volta arrivarono due grossi, ciclopici diavolacci che a forza di muscoli m’issarono sulle loro spalle e mi tragittarono. Si tirarono i pantaloni fino all’inguine, si rimboccarono le maniche fino alle ascelle; portavano bastoni nocchieruti, al modo che Polifemo portava abeti sradicati, e cercavano tutti i punti più pericolosi al fine di rendere più notevole il loro servizio. […] Le loro pretese in fatto di compenso furono poi sfacciate, ma il mio mulattiere fece intendere a bassa voce che era il caso di accontentarli di buona voglia per evitare che s’infuriassero. Essi non si fanno gran scrupolo di mandare un uomo all’altro mondo o col coltello o col fucile, o magari col randello. La giustizia non si occupa di simili quisquilie”.

Le pagine di Seume rammentano quelle di Kapuściński in Africa, alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. Una grossa buca fangosa nella strada a Onitsha, un villaggio in Nigeria, era diventata il centro della vita economica locale, per-mettendo lo sviluppo di piccole imprese e iniziative e la gente aveva impedito per anni che fosse riparata.[2] Chiunque abbia viaggiato nel Terzo Mondo può testimoniare di situazioni analoghe.

Il giorno seguente, raggiunge Girgenti, dove visita la zona dei templi. In albergo, cena con un personaggio vestito di gran lusso, una sorta di revisore delle imposte di Palermo, di cui non manca di evidenziare l’ipocrisia: “Il signor revisore a un certo punto venne a sapere, […] dietro sua domanda, che ero eretico. Per lo spavento lasciò cadere forchetta e coltello, e mi fissò come se già mi vedesse bruciare nell’inferno, poi continuò l’interrogatorio intorno alla nostra religione, di cui gli dissi il meno possibile e con la maggior cautela. Il mio uomo era sposato nella capitale, aveva a casa tre figli e, secondo la sua aperta confessione, durante i suoi viaggi non poteva fare a meno, appena gli era possibile, di passar la notte con una ragazza. Del resto bestemmiava e diceva oscenità in latino e in italiano come un marinaio, ma non poteva assolutamente concepire che non si credesse al papa e che si potesse vivere senza frati. Nonostante tutto, decise di continuare a mangiare con me. Non gli mancava un certo buonsenso e una parvenza di cultura, ma un po’ per scherzo e un po’ sul serio invocava il giudizio divino su di noi tutti: “Siete tutti minchioni, siete come le bestie”.[3] E questa chiamiamola pur logica! […] Del resto, il brav’uomo si prendeva gran pensiero per me, e abbracciandomi mi ripeteva che andavo incontro a enormi pericoli. Alla partenza, raccomandò la salvezza della mia anima al mulattiere, gli consegnò per me il suo indirizzo di Palermo, e infine affidò me, eretico, alla protezione di tutti i santi”.

A Palma di Montechiaro, il mulattiere cui era stato affidato deve fermarsi per una indigestione. È quaresima e il mulattiere è così devoto da non mangiare affatto carne, ma da ingurgitare in compenso una quantità spropositata di maccheroni. Alla fine “cadde, si voltolò per terra gridando di dolore, e non poté assoluta-mente rimettersi in cammino. Che cosa dovevo fare? […] L’affidai ai suoi santi, e continuai da solo, lieto di averlo lasciato in buone mani”.

Percorre quindi da solo il tratto tra Alicata e Terranova, le attuali Licata e Gela, considerato le diciotto miglia peggiori di tutta quanta l’isola. Sono infatti infestate da “cattive gente”,[4] dove cattive “era l’eterno eufemismo, quando per salvare l’onore del paese non si voleva dire briganti e banditi. E qui molto probabilmente mi ha salvato il mio misero aspetto”.

È infatti fermato da tre cavalieri, vestiti decorosamente ma armati di fucili e di pugnali; questi lo strattonano con tale violenza da scucirgli la giubba. Poi gli strappano il sacco ma non vi trovano altro se non “una camicia, due libri, un pezzo di pane duro, una scaglia di cacio ancor più secco e qualche arancia”. Aveva prudentemente nascosto l’orologio e il portafogli con qualche moneta d’oro, che non sono notati dai banditi. Il capo dei tre ordina che gli sia dato da bere un po’ di vino e poi se ne va per la sua strada, dopo avergli augurato un buon viaggio.

I giorni seguenti si perde più volte tra mulattiere appena tracciate. Passa da Niscemi, Palagonia, da dove vede per la prima volta l’Etna col suo pennacchio di fumo e la calotta di neve, Lentini e, dopo essersi smarrito ancora una volta, giunge ad Augusta. Per non perdersi nuovamente decide infine di prendere un mulo, il cui padrone gli dà un ragazzino come guida. È così che arriva alla meta del suo viaggio: “In Siracusa entrai attraverso tutt’e tre le porte della fortezza, a piedi, senza che nessuno mi dicesse verbo; e anche più tardi nessuno mi chiese nulla. Fu questo un gentile e tacito riconoscimento del mio carattere particolare come viaggiatore: uno che semplicemente passeggia, lo si lascia tranquillo”.

Può finalmente esclamare: “Oggi sono qui e leggo Teocrito nella sua città natale”.

John Robert Cozens – Vista di Siracusa dall’Anfiteatro

Seume compie il viaggio da Siracusa a Catania a dorso di mulo, accompagnato da un piccolo conducente. Non sapendo guidare il mulo abilmente, cade mentre attraversa il fiume Simeto; il suo piede sinistro rimane ammaccato e arriva quindi a Catania coperto di fango e mezzo storpio. Si affida alle cure d’un medico, anche perché intende effettuare l’ascensione dell’Etna.

Per l’ascensione della Montagna, come in Sicilia è chiamato il vulcano, Seume si procura un accompagnatore con un mulo. La prima tappa, dopo aver attraversato borghi e villaggi, è il convento della Rena, che appartiene ai ricchi benedettini di Catania. Qui vive solo un fratello laico, che cura l’economia locale, essendo i frati proprietari di vasti vigneti. È ospite del convento, ma non manca di criticare la ricchezza dei frati; la sera si mangia infatti “pesce di tre qualità. Pensa un po’, un fratello laico dei benedettini, nel luogo più alto dell’Etna, faceva dunque quaresima con tre sorta di pesce!”.

Il giorno dopo effettua una escursione ai Monti Rossi e raggiunge poi Nicolosi, dove si unisce a un gruppo di cinque ufficiali inglesi, della guarnigione di Malta. “Verso mezzanotte arrivarono le guide, e tutta la carovana montò sui muli: sei signori forestieri, due guide con le lanterne e un portatore di viveri. Era, se non sbaglio, la mezzanotte del 6 aprile o la mattina del 7. […] L’aria era fresca e presto divenne rigida, poi freddissima”.

La salita è molto difficile, a un certo punto si è costretti a scendere dai muli e a camminare nella neve alta; a uno degli inglesi si congelano le dita dei piedi ed è necessario strofinarle a lungo con la neve per permettergli di proseguire. In compenso il paesaggio è magnifico: “Finalmente raggiungemmo il cumulo di pietre chiamata la torre del Filosofo, e il sole si levò fiammeggiante sui monti della Calabria e indorò la parte dello Stretto che ci era concesso di vedere, tutto il mare ai nostri piedi e i monti Tauri. L’aria non era del tutto limpida, ma senza nubi e lo scenario tanto più fantastico. Alle nostre spalle tutto era ancora immerso nella notte, e davanti a noi danzavano qua e là sul mare fantasmi vaporosi”.

L’ascensione continua e Seume è orgoglioso di essere il primo del gruppo ad arrivare sul ciglio del cratere: “Qui ci fermammo e ci sedemmo, mezzo avvolti nel fumo che saliva dal cratere, e nessuno apriva bocca, ma gli occhi fissavano intenti la spaventosa voragine da cui uscivano con strepito cupo e furioso nuvole nere, bianche, grigiastre. Finalmente, dopo aver ripreso fiato con ampi respiri, il maggiore ruppe il silenzio: “Di certo valeva la pena per noi giovanotti di salire fin qui, una visione simile non possiamo averla nei parchi della nostra vecchia Inghilterra”. Da un genuino britannico non ti potevi aspettare di più; il suo spirito patriottico distribuiva ora fra i compagni roast-beef e porto”.

La tappa successiva del viaggio è Taormina; dal teatro, come ogni turista che si rispetti, gode dell’incomparabile panorama: “a destra c’è il fuoco eterno dell’Etna, a sinistra la favolosa spiaggia dell’isola e di fronte, in lontananza, si scorgono le coste della Calabria”.

Thomas Cole – L’Etna da Taormina (1844)

A Messina, la parte della città che fronteggia il porto, quella che era chiamata la Palazzata, è stata ridotta a un cumulo di macerie dal terremoto del 1783: “Sembra che qui il destino abbia voluto dare un terribile ammonimento alla nostra impotenza: “Questo che voi costruite nei secoli con tanta fatica e diligenza io posso distruggerlo in un attimo!” I monumenti crollarono e tutta la catena montuosa venne sconvolta da un lato e dall’altro. Furono ricostruite soltanto le nicchie dei santi, entro le quali furono installati frati mendicanti per ricevere le elemosine per le chiese”.

Henry Tresham – Messina dopo il terremoto

Henry Tresham – Messina dopo il terremoto

Al porto di Messina afferma di aver “vissuto un momento meraviglioso, per cui mi sono commosso quasi fino alle lacrime pensando, io uomo, agli altri uomini. Una nave straniera che proveniva dal Mediterraneo discendeva lo Stretto. Non so se avesse sofferto danni per il tempo o per altra causa; sparando cannonate, segnalava d’essere in pericolo. Avresti dovuto vedere con qual divino entusiasmo e forza sovrumana venti battelli di quei popoli diversi si lanciarono in alto mare attraverso i marosi, per salvare i pericolanti. Italiani, francesi, inglesi, greci e turchi fecero a gara nella più bella delle battaglie; furono fortunati, e compiuto il salvataggio tornarono tutti senza perdite in porto. In tale momento mi crucciai di non essere ricco per offrire ai salvatori una festa della solidarietà umana; ma in un secondo momento mi persuasi che la festa era così tanto più bella: quella valorosa mescolanza di gente era largamente premiata dai fatti, e io mi stimai fortunato d’esservi stato presente”.

Pochi racconti danno, per contrasto, una immagine più desolante dei tempi barbari in cui stiamo vivendo.

Tornato a Palermo vi si ferma una decina di giorni. Compie una seconda escursione sul monte Pellegrino, salendo fino alla cima, dove si trova “una cappella dedicata a santa Rosalia, che avrebbe potuto essere un po’ meglio. I pellegrini provenienti da ogni paese vi avevano eternato il loro nome, lasciando poco spazio per il mio. Fronte, guance, seno erano coperti di firme, e a me non rimase che apporre la mia sulla punta del naso della santa. Forse ognuno aveva pensato di migliorare il quadro apponendovi il proprio nome; la punta del naso non fu certo deturpata dal mio, e questa fu l’unica volta in tutto il viaggio in cui ho apposto la firma senza l’ingiunzione della polizia”.

Anche un altro naso, oltre a quello della santa, è però a rischio. Discendendo dalla montagna, mentre volge gli occhi verso Trapani e canta sulle note del Flauto Magico di Mozart, si fa prendere da un eccessivo entusiasmo, si distrae e cade, battendo proprio il naso che si mette a sanguinare.

Circa la sicurezza della città di Palermo, Seume ha modo di assistere all’uso frequente che si fa del coltello: “Ero uscito al mattino; mi passò accanto di furia un uomo sanguinante, e un altro dietro che impugnava il pugnale. Si radunò folla e in pochi minuti l’uno cadde trafitto e l’altro fuggì ferito. La pattuglia, che non era lontana, si comportò come se la cosa non la riguardasse.

Fatti simili sono considerati come ordinari litigi di bettola. «Hanno ammazzato uno» vale in Sicilia e nell’Italia meridionale come se da noi si dicesse: «Un ubriaco è caduto nel fosso».

La sera del 21 aprile, Seume riparte da Palermo, con il postale e la mattina seguente, al risveglio, è nel porto di Napoli.

Nei giorni seguenti visita Pozzuoli e si porta fino a Paestum.

Qui si ferma solo un paio d’ore e non nasconde la sua delusione: “Non c’è più niente all’infuori dei tre noti edifici antichi, dell’abitazione di monsignore (un vescovo come mi dicono), una miserabile osteria e un’altra povera casa. Qui è tutta Paestum. […] In questa, che è la loro stagione, cercai le rose di Paestum per te, per portare a tutti voi un classico dono sentimentale, ma là nemmeno un veggente può ormai trovare un solo fiore. Uno dei servi di monsignore m’assicurò che in tutta la regione non esisteva neanche un cespo di rose”. È un fatto che fa montare Seume su tutte le furie: quelle di Paestum erano state famose un tempo come le più belle del mondo, cantate da Virgilio, Ovidio, Marziale, Ausonio e tanti altri poeti. Imprecando “al delitto contro la santità della natura”, invita l’oste che gli sta facendo da guida a reimpiantare le rose, facendogli intendere che “ne avrebbe tratto convenienza perché ogni forestiero avrebbe volentieri pagato una rosa di Paestum. […] Soltanto quest’ultimo argomento mise un po’ di luce in quegli occhi, delle bellezze naturali non gliene importava evidentemente nulla, tanto è degradata questa umanità”.

Sulla via del ritorno, trova avvolto ai rami d’un fico un enorme serpente: “era più grosso del braccio d’un uomo, tutto nero, lo sguardo era agghiacciante. Non parve accorgersi di me, e io non ebbi voglia di far la sua conoscenza più da vicino. Mi venne in mente che Virgilio parla di atros colubros,[5] e non ne fa una descrizione simpatica”. L’incontro con serpenti nei pressi di Paestum doveva essere una esperienza piuttosto comune, ed era spesso rappresentata nelle stampe del luogo.

W. Brockedon & R. Brandard – Paestum

Di ritorno a Napoli, gira per un’ora tra gli scavi di Pompei, di cui apprezza il piccolo teatro, fatto quasi tutto di bellissimi marmi.

Effettua l’ascesa del Vesuvio, partendo da Portici. “Fu una salita assai più dura che quella dell’Etna, sabbia e cenere rendono l’ascesa terribilmente difficile, si fa un passo avanti e uno indietro. E c’era poi un cielo temporalesco e un caldo soffocante”. Da qualche punto dell’interno del cratere sale un po’ di fumo e qualche fiamma. Dopo aver osservato il panorama si affretta a ridiscendere e a tornare a Napoli per la notte.

Durante il suo soggiorno a Napoli, Seume riesce a vedere il teatro di Ercolano ma non è così fortunato (o meglio, non è abbastanza ricco, nobile o famoso), da essere ammesso al Museo di Portici dove, prima del trasferimento al Museo archeologico di Napoli, erano conservati i reperti provenienti dagli scavi di Ercolano e Pompei.

Seume esprime tristissime considerazioni sulla situazione generale del regno di Napoli: “Un corriere che da Messina debba, passando per Reggio, arrivare a Napoli, considera il viaggio più pericoloso di una campagna di guerra”.

Racconta con i più crudi particolari i fatti successivi alla fine della Repubblica Napoletana, nel 1799: “Tutti gli orrori di cui si ebbe notizia durante la Rivoluzione sono atti di umanità al confronto di quel che ci ha mostrato Napoli. Ciò che a Parigi i democratici sbrigavano alla svelta, a Napoli i lazzaroni e i calabresi monarchici compivano commettendo atrocità dieci volte più orrende. Si sono arrostiti vivi gli uomini, nel vero senso della parola, si sono tagliate via fette di carne e i loro amici sono stati costretti a mangiarle. […] Una persona onesta e assolutamente degna di fede mi raccontò che un giorno si presentò a lui un uomo con le tasche piene di nasi e di orecchie tagliate, il quale gli disse di chi erano. […] La storia dei patrioti di Castel Sant’Elmo è ben nota. Nelson e la sua amante, già moglie di Hamilton, fecero cancellare dai patti di capitolazione firmati in nome del governo dei nomi che già vi erano inclusi, e il boia ebbe libero campo di lavorare. […] Il nome dell’ammiraglio, e ancor più quello della donna, suscitano orrore ed esecrazione”.

Seume, nel viaggio di ritorno da Napoli a Roma è vittima di un episodio che potrebbe costargli la vita. Per procedere più velocemente, su un percorso già fatto a piedi all’andata, ed evitare un nuovo, sgradevole, attraversamento delle paludi Pontine, decide di prendere una vettura di posta.

Fra Genzano e Ariccia la strada attraversa una bella zona boschiva. Sulla vetta[6] il postiglione prega i passeggeri di scendere per effettuare dei lavori sulla carrozza ed è qui che Seume compie una straordinaria imprudenza. È noto, infatti, che la zona è infestata da briganti; solo pochi anni prima, nel 1799, era stata teatro delle imprese di uno dei più famosi: Michele Pezza, ossia Fra’ Diavolo. Seume, dimentico di aver scritto all’andata, che “gli abitanti di queste parti godono fama d’insuperabili banditi”, s’incammina da solo nel bosco verso Ariccia.

Dopo pochi minuti, è assalito da quattro individui: “Le loro intenzioni furono subito chiare: uno mi afferrò per il colletto e mi puntò il pugnale alla gola; l’altro m’afferrò per un braccio e mi puntò il pugnale sul petto; gli altri due si tennero in guardia a una certa distanza con i fucili alzati. […] In fretta e furia mi presero la borsa e un po’ di denaro dalla borsa del farsetto, tutt’insieme forse sette piastre. Poi di forza mi trassero fino al folto. […] Per la precipitazione mi strapparono il farsetto e la camicia; è da pensare che lì nel folto mi volessero con comodo frugare e spogliarmi, e far poi di me quel che sarebbe parso meglio”.

Fortunatamente per Seume, si tratta di briganti piuttosto sprovveduti che, appena sentono avvicinarsi la vettura che ha ripreso la corsa, lo lasciano libero e fuggono per i boschi, senza neanche accorgersi dell’orologio e del portafoglio che, come al solito, porta nascosti nella tasca del cappotto sotto l’ascella.

“Quei malandrini avevano ceffi ripugnanti come il loro mestiere; a mio giudizio nessuno era al di sotto dei venti e al di sopra dei trenta. Si erano pitturati la faccia e portavano barbe finte, una prova che erano del luogo e temevano d’esser riconosciuti”.

Arrivato a Roma, ha “la confortante notizia che due dei malfattori che mi derubarono nel bosco sono stati presi, e che forse avrò il piacere di vederli impiccare. Per conto mio non ho niente in contrario, ma penso che non per questo si porterà gran rimedio al mostruoso disordine attuale”.

Nella città papale la situazione è terribile: “I monaci mangiano di nuovo a quattro ganasce, e chi si preoccupa che il popolo muoia di fame? Non soltanto le strade sono affollate di mendicanti, ma, così è accaduto a me, li vedi cadere e morire di fame e d’inedia sotto i tuoi occhi. Nei giorni della mia dimora sono morte di fame cinque o sei persone; e tu credi che si scomponga per questo l’esercito dei pasturanti? […] Roma è stata spesso la cloaca dell’umanità, ma forse mai come oggi. Non vi è né ordine, né giustizia, né polizia, nelle campagne ancor meno che in città. […] Le strade militari sono piene di briganti; i più spregevoli ribaldi girano armati per il paese. Solamente durante la mia breve dimora in Roma sono stati svaligiati tre corrieri postali e sono stati uccisi cinque dragoni di scorta: nessuno osa più viaggiare con le poste”.

Seume conclude la sua requisitoria, dopo aver fatto riferimento anche al pessimo stato dell’istruzione e alla mancanza di scuole pubbliche, affermando: “Spesso si sente dire che l’Italia è un paradiso abitato da diavoli, e questo vien detto a vergogna della natura umana. L’italiano è nobile e fiero; ma i suoi reggitori sono frati e servi dei frati. […] Qui ci si può anche abitare e trovarcisi benone, soltanto bisogna lasciar a casa ogni sentimento d’umanità”.

Seume viaggia da Roma a Firenze in vettura, aggregandosi a una comitiva, in quanto su questa strada “sono stati depredati tre corrieri, uccisi soldati e rapi-nate ingenti somme. Sarebbe stata temeraria stoltezza andar pellegrinando tutto solo, senza esser proprio un mendicante”.

Siena gli appare pressoché vuota. Seume non ha nemmeno voglia di uscire dall’albergo: gli sono ben noti i recenti, sanguinosi fatti che hanno coinvolto la fiorente comunità israelitica della città.

Il 29 marzo 1799, dopo l’occupazione francese, il commissario Abram aveva riconosciuto la piena cittadinanza agli ebrei senesi. A simboleggiare la raggiunta emancipazione, le porte del ghetto erano state bruciate in Piazza del Campo. Poche settimane dopo i seguaci del moto antifrancese e antigiacobino del Viva Maria scacciarono momentaneamente i francesi da Siena. Si verificò allora l’unico grave episodio di violenza cui fu vittima la comunità senese prima dell’Olocausto: il 28 giugno un violento pogrom causò ampie distruzioni nel ghetto e l’uccisione di diciannove ebrei, tredici dei quali furono arsi vivi in Piazza del Campo, usando, per accendere il fuoco, il legno dell’albero della libertà.

“Alcune brave e coraggiose persone pregarono l’arcivescovo d’interporre la sua autorità perché quell’infamia non avesse corso. Ma il fanatismo cattolico s’oppose alle ragioni della pietà, e gl’infelici vennero arrostiti vivi a edificante spettacolo della cristianità. Quando il corteo degli esecutori se ne tornò verso casa, il padre spirituale impartì benignamente la benedizione ai suoi figli.[7] Questa è ancor oggi chiamata umanità in Italia”.[8]

A Firenze, visita gli Uffizi, che trova interessanti per un tedesco, nonostante le numerose sale vuote, in quanto molti capolavori sono stati trasportati a Palermo per proteggerli dalle spoliazioni napoleoniche. Visita Santa Croce, per omaggiare le tombe dei grandi uomini che vi sono sepolti, in particolare Michelangelo, Macchiavelli e Galileo.

Per andare a Bologna, dovendo superare gli Appennini, viaggia di nuovo prudentemente in vettura, anche se trova le colline dopo Firenze un vero giardino e quindi ne percorre buona parte a piedi.

“Da Bologna ho rimesso sulle spalle il mio bravo zaino e ho peregrinato attraverso la bella pianura fino a Milano”.

Attraversa Modena, che gli piace moltissimo: “La città è pulita, vivace e ridente; i caffè e le trattorie sono buone e non care”. A Reggio si fa radere e indossa una camicia pulita ma, nonostante questo, soldati troppo zelanti non gli consentono di pernottare a Parma, dove gli resta soltanto l’immagine degli “eleganti caffè dove i parmigiani, con le loro facce gioviali, turgide come i loro formaggi, sedevano in lieti conversari”.

A Milano, visita il Duomo e “la famosa Cena di Leonardo da Vinci nel convento di Santa Maria delle Grazie. Il convento è al presente vuoto, e si dice che il refettorio, dove si trova il dipinto, durante la Rivoluzione sia stato per qualche tempo adibito a stalla”.

Assiste a uno spettacolo al Teatro alla Scala ma non è soddisfatto del canto. Apprezza invece le signore milanesi, che vede durante le passeggiate e all’uscita dagli spettacoli, e afferma: “A Milano ho vedute quelle che secondo il mio gusto sono le più belle donne di tutta Italia, non escludendo nemmeno il Corso a Roma”.

A proposito di belle donne, racconta di un tentativo di seduzione: “Una domenica mattina me ne stavo in tutta tranquillità nella mia camera e per caso leggevo appunto i carmi erotici di Catullo, quando fu bussato alla porta, e poi che ebbi risposto, entrò una ragazza, la quale, Catullo a parte, avrebbe indotto in tentazione un santo. La giovane e bella peccatrice aveva studiato l’effetto della sua apparizione secondo le arti più fini della seduzione. […] «Signore, comanda qualche cosa?»[9] bisbigliò in tono dolcissimo, mentre con la mano graziosa giocava con un panierino che faceva atto d’aprire. Io la guardai colpito, e m’occorse qualche attimo prima che rispondessi perplesso: «No». «Niente?» disse lei in un tono che doveva averglielo insegnato il diavolo. Gettai Catullo sul davanzale, e fui sul punto di dire una sciocchezza o di commetterla, quando a un tratto l’austera filosofia silenziosamente m’allungò uno schiaffo. «Niente», brontolai, mezzo in collera con me stesso, e la tentatrice prese congedo con grazia indescrivibile. Chissà che cosa sarebbe successo se la diavoletta m’avesse rivolto la domanda per la terza volta (proprio nulla mi piaceva?) o se io avessi esaminato meglio il suo panierino”.

Il 14 giugno parte da Milano e, dopo Sesto Calende, risale il Ticino e il lago Maggiore. Presso Arona vede, da lontano, la gigantesca statua di san Carlo Borromeo e poi l’isola Bella e l’isola Madre. Costeggiando il lago, esce dall’Italia.

Torna a Lipsia con un lungo giro, che lo porta ad attraversare la Svizzera e la Francia, fino a Parigi. Si può calcolare che, al termine del viaggio, abbia percorso circa 5.300 chilometri, di cui più di 4.000 a piedi, con una media di trenta chilometri al giorno.

Nell’estate del 1805 Seume compie un viaggio che lo porta in Russia, Finlandia, Svezia e Danimarca, e che descrive in Mein Sommer im Jahr 1805.

Pubblica liriche, Gedichte (1801), improntate a una viva passione per la libertà, la patria e l’umanità, e un dramma, Miltiades (1808). Inizia anche un’autobiografia, Mein Leben, lasciata incompiuta.

Negli ultimi anni di vita, la situazione finanziaria di Seume era peggiorata. Una prima domanda per la pensione di ufficiale russo era stata respinta. Oltre ad un problema al piede, Seume fu colpito nel 1808 da una grave malattia ai reni e alla vescica, dalla quale non si riprese mai. Quando il problema al piede migliorò, andò a Weimar a vivere presso il suo amico Christoph Martin Wieland, che presentò una seconda domanda di pensione nel 1809. Seume sperava in una cura nella città termale di Teplice, in Boemia. Prese in prestito del denaro e vi si recò, ma morì dieci giorni dopo il suo arrivo, il 13 giugno 1810. Fu sepolto nel cimitero locale. La notizia dell’approvazione della pensione non giunse che dopo la sua morte.

L’autobiografia di Seume sarà terminata da Christian August Heinrich Clodius e pubblicata nel 1813; attende ancora una traduzione in italiano, come le altre sue opere, ad eccezione dell’Italia a piedi.

FINE

Roberto Gerbi

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[1] “Flora” per i palermitani. Questo è il luogo di Palermo preferito da Goethe, che lo paragona “all’isola beata dei Feaci”, e scrive che: “Nel giardino pubblico vicino alla Marina ho passato ore di quiete soavissima. È il luogo più stupendo del mondo”. (Johann W. Goethe, “Viaggio in Italia”, 7.4.1787)

[2] Ryszard Kapuściński, “Il buco di Onitsha”, in “Ebano”.

[3] In italiano nel testo.

[4] In italiano nel testo.

[5] Serpenti neri.

[6] Si tratta, con ogni probabilità, della vetta di Colle Pardo, ancora oggi importante area verde. Già in documenti romani risulta la forte pendenza, il “clivus”, della via Appia tra Genzano ad Ariccia. Nella zona si raccoglievano mendicanti che speravano nell’elemosina dei mercanti che conducevano carri, costretti a rallentare dalla strada in salita.

[7] L’arcivescovo era allora Anton Felice Zondadari, di nobile famiglia senese. Come nunzio apostolico a Bruxelles era stato sospettato di aver dato appoggio alla Rivoluzione del Brabante, in opposizione alle riforme liberali dell’imperatore Giuseppe II, ed era stato quindi espulso dai Paesi Bassi austriaci.

[8] L’Armata Aretina, braccio armato del movimento del Viva Maria, riuscì a scacciare i francesi da gran parte dell’Italia centrale, compresa Firenze, che fu occupata il 4 luglio 1799. Le manifestazioni di antisemitismo furono numerose e causarono vittime in varie località. La rappresaglia francese contro la città di Arezzo, da cui era partita la rivolta, fu durissima. Il 19 ottobre 1880 la città fu riconquistata e sottoposta a un saccheggio, durato quattro giorni, che causò una quarantina di morti.

[9] In italiano nel testo.

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