Con la rubrica “il mondo in città” si vogliono raccontare i fatti dalle varie regioni del nostro pianeta che sono rilevanti per noi genovesi, italiani. Sia che ci troviamo sotto la lanterna o altrove, come nel mio caso che scrivo da Bruxelles.
Alberto Spatola

AFRICA

C’è africano e africano


Cos’hanno in comune l’avvocata femminista più importante di Francia e l’attrice più iconica d’Italia assieme a Sophia Loren e la Lollobrigida? Sono tunisine; parliamo di Gisèle Halimi e Claudia Cardinale.


Entrambe per raggiungere la fama nei loro paesi d’adozione, Francia e Italia, hanno dovuto padroneggiare e perfezionare rispettivamente il francese e l’italiano fino a diventare un modello di dizione.
Ascoltando Gisèle Halimi in tribunale, mentre accusava le truppe francesi in Algeria di violenze sessuali e difendeva il diritto delle francesi all’aborto, sembrava d’essere a teatro, per via della sua perfetta pronuncia, nonostante fosse nata e cresciuta a La Goulette, una cittadina tunisina.
Mentre pochi sanno che Claudia Cardinale ne “Il Gattopardo”, il film con cui divenne famosa, fu doppiata: il suo italiano era quello di una giovane ragazza cresciuta nella comunità siciliana di Tunisi, non adatto perciò al grande schermo.

C’è però un altro punto di vista da cui guardare la ricchezza culturale della Tunisia che si trova nell’estremo nord del continente africano.
La Tunisia fu il primo paese a maggioranza mussulmana ad abolire la schiavitù nel Gennaio del 1846, due anni prima della Francia e quasi vent’anni prima degli Stati Uniti.
Nonostante i 177 anni dall’abolizione della schiavitù la società tunisina può ancora vedere gli effetti del fenomeno nella sua società. Su tutti le discriminazioni verso la minoranza nera del paese, non una piccola realtà, ma secondo molti il 20% della popolazione tunisina, ben più, in percentuale, degli afroamericani negli USA.
L’abituale emarginazione della minoranza nera è esplosa ed è salita alle cronache globali quando il Presidente Kais Saied qualche mese fa, nel suo eloquente arabo, in un video, ha ripreso le teorie del complotto che siamo abituati ad ascoltare dalle bocche dell’estrema destra europea.
Un presidente che ha cercato di mettere ordine alla neonata democrazia tunisina con l’autorevolezza dovuta all’essere Professore di diritto costituzionale e dal suo eloquio forbito. Il risultato che si è passati da una Costituzione scritta grazie alla partecipazione ampia della società, dai sindacati alle organizzazioni femministe, a una scritta dal Presidente e approvata con un Referendum farsa a cui partecipò lo scorso anno meno di un terzo dell’elettorato.
E ora con i suoi commenti su un complotto che vorrebbe trasformare la Tunisia in un paese cristiano e nero, anziché arabo e mussulmano, cerca nuovo facile consenso; la realtà però è che ha aperto le porte alla violenza e all’aperta discriminazione nelle strade del paese.
Un commento che forse voleva essere limitato agli “immigrati irregolari” è diventato una scusa per molestie verso la minoranza nera e i numerosi studenti e lavoratori per lo più provenienti dall’Africa occidentale.
La difesa della “purezza razziale” del paese ha messo negli aerei studenti universitari, professionisti e lavoratori e li ha riportati, dopo anni in Tunisia, in Costa d’Avorio, Guinea, etc.

Tuttavia, la Tunisia non è il solo esempio in Africa di un paese con un passato multiculturale illustre che adesso rifiuta qualunque collegamento con “un’identità nera”.
L’Egitto sta attraversando settimane di forti polemiche, prima contro un famoso comico americano, e poi contro Netflix in virtù di un documentario su Cleopatra della moglie di Will Smith, la produttrice Jada Pinkett.
Kevin Hart, uno dei comici afroamericani più famosi e impegnati doveva fare uno spettacolo a Il Cairo, Egitto, ma ufficialmente per motivi logistici lo spettacolo è saltato e si è dovuto rimborsare i biglietti.
La realtà è che sono emersi i numerosi precedenti spettacoli del comico in cui sottolinea come la cultura egizia fosse non solo una civiltà “bianca”, come spesso i media la rappresentano, ma parte dell’Africa e quindi anche nera.
Insomma ciò che Hart e molti altri stanno provando a raccontare è una storia in cui gli Africani non sono solo schiavi, ma anche protagonisti: re e regine del loro continente.
Così, con lo stesso spirito Jada Pinkett Smith ha prodotto la serie “African Queens” su Netflix. La prima stagione è su Njinga, regina di un regno tra l’attuale Congo e Angola agli inizi del ’600. Ma è la seconda stagione che sta scatenando feroci proteste in Egitto e non solo, soprattutto per il fatto che l’attrice che interpreta Cleopatra nella serie è di etnia mista, perciò nera.
Simili polemiche, ci furono anche quando fu annunciato che l’attrice israeliana Gal Gadot potesse interpretare la celebre regina dell’antico Egitto, salvo poi non sapersi più nulla del film.
Il problema è quindi leggere la storia senza il filtro dei confini nazionali o il pregiudizio per cui qualunque civiltà non può che essere bianca e “occidentale”.
La realtà è che di Cleopatra conosciamo il padre, greco macedone, ma non conosciamo la madre. Sappiamo però di come, rispetto il padre fosse assai più integrata e apprezzata dalla popolazione locale anche grazie alla conoscenza di numerose lingue, anche locali; sappiamo della sua intelligenza e sagacia che, stando alle cronache e le fonti, fu assai più importante nel far cadere i romani ai suoi piedi piuttosto che la sola bellezza.

Un avvocato egiziano ha persino sporto denuncia contro Netflix per quello che molti in Egitto considerano un affronto: una Cleopatra nera.
Per chi proviene dal fu impero romano, ma non solo, il consiglio è di sapere apprezzare la bellezza e l’intelligenza delle “regine” al nostro fianco al di là delle loro origini e colore.

Alberto SpatolaAlberto Spatola
Altri articoli dell’autore per la rubrica “Il mondo in città

image_printScarica il PDF