Claude August Monet al Palazzo Ducale di Genova

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 La “recherche” di una vita

Di Anna Maria Cecchini

La primavera ponentina sorprende tutti con un coinvolgente spettacolo al Palazzo Ducale di Genova ove nella Sala del Munizioniere è stata allestita la mostra dedicata a Claude August Monet a cura della storica dell’arte Marianne Mathieu e direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet, in collaborazione con Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e Arthemisia che rimarrà visitabile fino al 22 maggio.

Il percorso espositivo articolato in ordine cronologico vive del corpus di quelle opere a cui Monet fu più intimamente affezionato e da cui non si separò mai, tanto da custodirle a guisa di un tesoro nell’ultima dimora, l’abitazione di Giverny, ove risedette per 43 anni con la seconda moglie Alice Hoschedé i loro otto figli, fino alla dipartita del 1926. In verità a Giverny oltre che dipingere, allestendo a d’uopo il giardino di Clos Normand con molte varietà di fiori e piante e curandone personalmente la crescita, lo sviluppo, divenne anche il maestro di Blanche Hoschedé, figlia del primo matrimonio di Alice. Blanche ricambiò affettuosamente prendendosi cura del precettore e in seguito all’unione nel sacro vincolo del matrimonio con Jean figlio di Claude, rafforzò anche il loro legame famigliare nello status di nuora. Pittrice a sua volta fu conosciuta come l’Angelo azzurro di Monet proprio a sottolineare l’animo gentile e le amorevoli attenzioni rivolte al maestro che in vecchiaia ebbe a soffrire problemi di salute legati alla sua vista; tanto che alcuni detrattori ancora oggi parlano dei suoi problemi alla cataratta in guisa di causa scatenante della realizzazione artistica dei suoi quadri.

La selezione di una cinquantina di opere proviene direttamente dal Musèe Marmottan di Parigi in cui è custodito il nucleo più grande al mondo dei suoi lavori, grazie anche alla generosa donazione avvenuta nel 1966 ad opera del figlio Michel. Un immenso giardino onirico, lussureggiante ed avvolgente, creato ad hoc accoglie il pubblico che avrà l’occasione di immergersi nella visione a tratti ipnotica di opere come le sue amatissime Ninfee, Iris (1924-25), l’Emerocallidi (1914-17), Salice piangente (1918-19), le varie versioni de Il ponte giapponese e la sua ultima Le rose (1925-26). La Mostra è articolata in sette sezioni caratterizzanti le tematiche proprie degli Impressionisti e la recherche personale di Monet concernente la luce ed il suo dispiegarsi temporalmente e divenire vibrante, cangiante, costituirsi mutevole. Una rassegna che parte dalle piccole tele rivoluzionarie della pittura en plein air, ove le dimensioni erano ridotte perché gli artisti dipingendo all’aria aperta, necessitavano di trasportare autonomamente gli attrezzi del mestiere, fino ai grandi paesaggi rurali ed urbani. Gli impressionisti infatti dipingevano fuori dai bugigattoli spesso adibiti a studioli, all’aperto e con una tecnica veloce che tramite l’accostamento dei vari colori sulla tela permetteva di finire l’opera anche nell’arco di due sole ore.

 In Monet dal periodo della giovinezza a quello della maturità artistica rinveniamo un file rouge caratterizzante l’intera opera omnia, fondato sulla volontà dell’artista di restituire la trasfigurazione del paesaggio attraverso la luce. Nell’arco temporale della sua vita, possiamo parlare di un’evoluzione artistica insita nella sua pittura e questo rinnovamento costante nutre il talento geniale di Monet e l’interesse imperituro che anima la visione delle sue opere e il nostro amore. Debitori di Gustave Caillebotte, pittore, collezionista e munifico mecenate che nonostante la perla caustica del critico d’arte Luois Leroy a proposito del quadro di Monet “Impression Soleil Levant”, nell’articolo pubblicato su Le Charivari il 25 aprile del 1874 lo liquidava, definendolo poco più di un’impressione, dato il senso di incompiutezza che a suo dire sarebbe scaturito alla visione, avvenuta durante la primissima mostra nello studio del fotografo Nadar a Parigi, finanziò le successive esposizioni e divenne il paladino del movimento appena costituitosi detto appunto degli Impressionisti

Anna Maria Cecchini

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