Norberto  Sopranzi  educatore

Imparare  a  vivere :  Norberto  Sopranzi  educatore

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Di Massimo Bramante

Educare è assai diverso da insegnare, istruire, trasmettere contenuti culturali o nozioni tecniche.  “Educare – ha scritto Don Livio Tonello – è più pregnante, più inclusivo, più dialogico…E’, in definitiva, aiutare a imparare a vivere”.

       Educare è, fondamentalmente, “prendersi cura”.  Don Milani, priore a Barbiana, condensava il concetto nel motto “ I care “ (mi importa, mi interessa, ho cura).  Per il filosofo e pedagogista  tedesco Hans-Georg Gadamer, educare è anche “educare se stessi”, nel senso di fare della propria esistenza terrena una testimonianza di coraggio, di capacità di decidere e scegliere in ogni circostanza della vita, anche la più complessa e pericolosa, con la propria testa, nel rispetto assoluto sia delle proprie convinzioni che di quelle dell’altro.

       E il coraggio non consiste nel saper accuratamente evitare i pericoli, le “grane”; bensì evitare che i pericoli, il quieto vivere, la banalità delle mode prendano il sopravvento su di noi e ci sommergano, giorno dopo giorno.

        Norberto Sopranzi (1904-1985) appartiene a quella nobile cerchia di “educatori”  – nel senso prima delineato – che hanno fatto della propria vita, del proprio quotidiano, una testimonianza luminosa di come si può vivere con coraggio e coerenza la propria fede, le proprie idee e, non da ultimo, la gioia che proviene dalla lettura, ottima compagna di vita, dal teatro, dal lavoro, privo di pregiudizi e preconcetti, con i giovani, gli emarginati, gli ultimi. E lo ha fatto con semplicità profondità. Semplicità e profondità sono doti che purtroppo oggi si tende spesso a considerare in antitesi.  E’ un grave errore.  Nei “buoni” educatori, nei “veri” educatori semplicità e profondità convivono e tale convivenza produce frutti “veri” e “buoni”.

        Fede, morale, cultura, bellezza, spiritualità: tutte facce dell’ educare e dell’ educarsi.  Doni dell’intelligenza, del talento, dello studio e…doni divini: “Quid habes quod non accepisti? – Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? (1 Cor. 4, 7).

        La vita è dono.  Dono da non sprecare.  Figure come Norberto Sopranzi ci hanno fatto dono della loro vita mostrandoci, con semplicità e profondità, quanto fede, impegno sociale, cultura, capacità di sorridere, sapere sorridere (penso alle sue opere teatrali in dialetto genovese) siano intimamente connessi, siano il “sale” e diano “sapore” alla vita.  Come ben noto, sapere sapore hanno la stessa discendenza etimologica latina: sapio.

        In che modo il prof. Sopranzi abbia dato “sapore” alla sua vita e, soprattutto, come abbia saputo trasmettere, tanto ai suoi ragazzi che lo hanno avuto come docente, quanto agli emarginati dalla società, sarà oggetto di un prossimo Convegno del Circolo culturale pegliese che porta il suo nome.

        Qui mi piace ricordare – insistendo appunto sul tema semplicità/profondità – che questo “aiutare ad imparare a vivere”, questo educare/educarsi praticato dal Nostro ricalca, riprende un concetto che era assai caro a Don Primo Mazzolari : l’ importanza di non ingabbiarsi in transeunti scuole di pensiero, rigidi filoni dogmatici, ricerche filosofiche o pratiche politiche fini a se stesse, staccate dal reale.  Annotava con fermezza Primo Mazzolari, agli inizi degli anni Quaranta del secolo scorso: “ Chiunque ha qualcosa da fare o da dire, lo dica e lo offra come può; senza domandarsi se c’è un metodo o un tono per dire o per fare…”; ed aggiungeva icasticamente: “Lo scrittore, ad esempio, o è un testimone o è un ingombro”.

Imparare  a  vivere :  Norberto  Sopranzi  educatore

di Massimo Bramante

Educare è assai diverso da insegnare, istruire, trasmettere contenuti culturali o nozioni tecniche.  “Educare – ha scritto Don Livio Tonello – è più pregnante, più inclusivo, più dialogico…E’, in definitiva, aiutare a imparare a vivere”.

       Educare è, fondamentalmente, “prendersi cura”.  Don Milani, priore a Barbiana, condensava il concetto nel motto “ I care “ (mi importa, mi interessa, ho cura).  Per il filosofo e pedagogista  tedesco Hans-Georg Gadamer, educare è anche “educare se stessi”, nel senso di fare della propria esistenza terrena una testimonianza di coraggio, di capacità di decidere e scegliere in ogni circostanza della vita, anche la più complessa e pericolosa, con la propria testa, nel rispetto assoluto sia delle proprie convinzioni che di quelle dell’altro.

       E il coraggio non consiste nel saper accuratamente evitare i pericoli, le “grane”; bensì evitare che i pericoli, il quieto vivere, la banalità delle mode prendano il sopravvento su di noi e ci sommergano, giorno dopo giorno.

        Norberto Sopranzi (1904-1985) appartiene a quella nobile cerchia di “educatori”  – nel senso prima delineato – che hanno fatto della propria vita, del proprio quotidiano, una testimonianza luminosa di come si può vivere con coraggio e coerenza la propria fede, le proprie idee e, non da ultimo, la gioia che proviene dalla lettura, ottima compagna di vita, dal teatro, dal lavoro, privo di pregiudizi e preconcetti, con i giovani, gli emarginati, gli ultimi. E lo ha fatto con semplicità e profondità. Semplicità e profondità sono doti che purtroppo oggi si tende spesso a considerare in antitesi.  E’ un grave errore.  Nei “buoni” educatori, nei “veri” educatori semplicità e profondità convivono e tale convivenza produce frutti “veri” e “buoni”.

        Fede, morale, cultura, bellezza, spiritualità: tutte facce dell’ educare e dell’ educarsi.  Doni dell’intelligenza, del talento, dello studio e…doni divini: “Quid habes quod non accepisti? – Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? (1 Cor. 4, 7).

        La vita è dono.  Dono da non sprecare.  Figure come Norberto Sopranzi ci hanno fatto dono della loro vita mostrandoci, con semplicità e profondità, quanto fede, impegno sociale, cultura, capacità di sorridere, sapere sorridere (penso alle sue opere teatrali in dialetto genovese) siano intimamente connessi, siano il “sale” e diano “sapore” alla vita.  Come ben noto, sapere e sapore hanno la stessa discendenza etimologica latina: sapio.

        In che modo il prof. Sopranzi abbia dato “sapore” alla sua vita e, soprattutto, come abbia saputo trasmettere, tanto ai suoi ragazzi che lo hanno avuto come docente, quanto agli emarginati dalla società, sarà oggetto di un prossimo Convegno del Circolo culturale pegliese che porta il suo nome.

        Qui mi piace ricordare – insistendo appunto sul tema semplicità/profondità – che questo “aiutare ad imparare a vivere”, questo educare/educarsi praticato dal Nostro ricalca, riprende un concetto che era assai caro a Don Primo Mazzolari : l’ importanza di non ingabbiarsi in transeunti scuole di pensiero, rigidi filoni dogmatici, ricerche filosofiche o pratiche politiche fini a se stesse, staccate dal reale.  Annotava con fermezza Primo Mazzolari, agli inizi degli anni Quaranta del secolo scorso: “ Chiunque ha qualcosa da fare o da dire, lo dica e lo offra come può; senza domandarsi se c’è un metodo o un tono per dire o per fare…”; ed aggiungeva icasticamente: “Lo scrittore, ad esempio, o è un testimone o è un ingombro”.


        Se leggiamo i testi del prof. Sopranzi raccolti nel volume “Messaggio ingenuo” (sottotitolo, per altro denso di significato, “Alla ricerca dell’eterno ragazzo che è in noi tutti” ) comprendiamo con immediatezza come e perché Sopranzi aveva “qualcosa da dire”  (per usare l’incisiva espressione di Mazzolari).  Parallelamente, se rivolgiamo l’attenzione sul suo operare nel campo dell’ ergoterapia (termine che designa quell’innovativo percorso terapeutico per malati mentali volto a valorizzarne le capacità espressive, manuali, artistiche), comprendiamo con altrettanta immediatezza perché il Sopranzi aveva “qualcosa da fare”…Comprendiamo, in altre parole, il senso e il valore del suo impegno.

        Non credo di essere lontano dal vero se affermo, in questa sede, che nella nostra Liguria Sopranzi fu tra i primi a “creare” un gruppo teatrale formato unicamente da malati di mente, che recitavano testi scritti da loro stessi; così come fu tra i primi a fondare una rivista (“Questo nostro Ambiente”, il titolo della testata) scritta, illustrata, stampata dai malati stessi; rivista che mensilmente veniva distribuita negli ospedali psichiatrici della penisola. 

        Dare parola ai senza-parola e, attraverso la parola, “aprirsi” all’interno e all’esterno delle fredde mura ospedaliere è qualcosa di più di un percorso terapeutico: è “aiutare ad imparare a vivere” chi ha più difficoltà a vivere.  Ha scritto un acuto psichiatra, il prof. Eugenio Borgna: “Le parole nella loro liquida ambivalenza e nella loro plasmabilità possono essere soglie pietrificate dalla indifferenza o scialuppe di salvataggio nei mari tempestosi dell’angoscia e della disperazione”.

        Sopranzi conosceva bene il valore “liberatorio” dello studio, dei libri, della letteratura.  La sua vasta preparazione umanistica lo aveva portato, a soli 24 anni, a vedersi offerta la cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Bologna (cattedra che – ricordiamo – era stata del Carducci e del Pascoli !) .  Ma erano gli anni oscuri del fascismo e Sopranzi non era uomo da piegarsi alla barbarie e alle ottusità dei regimi; non temeva manganelli e olio di ricino.  Aveva rifiutato la tessera fascista e per ciò stesso aveva messo a rischio la vita.  Si era impegnato, mantenendo libertà di pensiero e indipendenza economica, nell’ umile e faticoso lavoro del tipografo.  E sarà proprio lui a comporre e stampare il Manifesto dell’ insurrezione del 25 aprile 1945 affisso sui muri di Genova.  Le bastonature squadriste non lo avevano piegato; anzi lo stimoleranno, molti anni dopo, a mettere mano ad opere teatrali quali “Un memorabile giorno di aprile”.  La sua è una scrittura semplice, senza ricercatezze stilistiche, financo intrisa di una certa ingenuità (l’ingenuità – oggi diremmo – d’altri tempi).  Una scrittura che spesso affronta, anche con tocchi di umorismo, impegnativi temi sociali.  Citiamo quanto viene sottolineato nella terza di copertina del suo “Messaggio ingenuo”: “Per Sopranzi la guerra da combattere è non solo contro la fame, è per i soffocati e sacri diritti della persona umana”.  Il fine ultimo di questa “guerra senza armi”, di stampo gandhiano, del Sopranzi,  non può essere che “ la liberazione dai parassitismi e dalle corruzioni, dalle manovre speculative in economia, da fanatismo e terrorismo e dalle angoscianti prospettive di pazzi riarmi” (ibid.).  Un accorato appello rivolto a giovani e anziani, a uomini e donne, a intellettuali, politici, popolo,  un avvertimento profetico, un coraggioso invito ad impegnarsi sempre nel sociale, soprattutto là dove cova l’emarginazione.  Un appello che a noi pare di estrema attualità.

        Norberto Sopranzi è uomo di fede.  La dottrina sociale della Chiesa lo accompagna nella ricerca di come vivere con pienezza e coerenza il proprio tempo.  Una fede mai esibita, una fede che non è diretta ad attirarsi le simpatie di “chi la pensa come me”, che non utilizza simboli e riti religiosi per conclamare la propria identità, che non solleva rosari per erigere steccati tra “chi la pensa come me” e  “chi non la pensa come me”.  Una fede che è, fondamentalmente, semplicità, umiltà, rispetto, servizio. Una vocazione al servizio e alla condivisione che da tempo, a Pegli, anima suo figlio Don Bruno – che prosegue con tenacia l’opera educativa intrapresa dal padre – ed il Circolo Culturale Norberto Sopranzi che si adopera da sempre per la valorizzazione del Ponente genovese.

Massimo Bramante

Massimo Bramante– Laureato con pieni voti et laude in Economia e Commercio (indirizzo economico-sociale) presso Università Studi di Genova. Ha lavorato presso Istituto di credito e svolto Corsi di formazione nazionali su Economia e Sociologia del lavoro. E’ stato giornalista pubblicista nel settore economico-finanziario. Ha collaborato in qualità di “cultore della materia” e membro di commissione d’esame presso le cattedre di Economia Internazionale ed Economia dell’integrazione europea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Studi di Genova. E’ statorelatore ed ha coordinato seminari ed incontri di studio su temi di “Etica finanziaria” e “Nuove economie”

        Se leggiamo i testi del prof. Sopranzi raccolti nel volume Messaggio ingenuo (sottotitolo, per altro denso di significato, “Alla ricerca dell’eterno ragazzo che è in noi tutti” ) comprendiamo con immediatezza come e perché Sopranzi aveva “qualcosa da dire”  (per usare l’incisiva espressione di Mazzolari).  Parallelamente, se rivolgiamo l’attenzione sul suo operare nel campo dell’ ergoterapia (termine che designa quell’innovativo percorso terapeutico per malati mentali volto a valorizzarne le capacità espressive, manuali, artistiche), comprendiamo con altrettanta immediatezza perché il Sopranzi aveva “qualcosa da fare”…Comprendiamo, in altre parole, il senso e il valore del suo impegno.

        Non credo di essere lontano dal vero se affermo, in questa sede, che nella nostra Liguria Sopranzi fu tra i primi a “creare” un gruppo teatrale formato unicamente da malati di mente, che recitavano testi scritti da loro stessi; così come fu tra i primi a fondare una rivista (“Questo nostro Ambiente”, il titolo della testata) scritta, illustrata, stampata dai malati stessi; rivista che mensilmente veniva distribuita negli ospedali psichiatrici della penisola. 

        Dare parola ai senza-parola e, attraverso la parola, “aprirsi” all’interno e all’esterno delle fredde mura ospedaliere è qualcosa di più di un percorso terapeutico: è “aiutare ad imparare a vivere” chi ha più difficoltà a vivere.  Ha scritto un acuto psichiatra, il prof. Eugenio Borgna: “Le parole nella loro liquida ambivalenza e nella loro plasmabilità possono essere soglie pietrificate dalla indifferenza o scialuppe di salvataggio nei mari tempestosi dell’angoscia e della disperazione”.

        Sopranzi conosceva bene il valore “liberatorio” dello studio, dei libri, della letteratura.  La sua vasta preparazione umanistica lo aveva portato, a soli 24 anni, a vedersi offerta la cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Bologna (cattedra che – ricordiamo – era stata del Carducci e del Pascoli !) .  Ma erano gli anni oscuri del fascismo e Sopranzi non era uomo da piegarsi alla barbarie e alle ottusità dei regimi; non temeva manganelli e olio di ricino.  Aveva rifiutato la tessera fascista e per ciò stesso aveva messo a rischio la vita.  Si era impegnato, mantenendo libertà di pensiero e indipendenza economica, nell’ umile e faticoso lavoro del tipografo.  E sarà proprio lui a comporre e stampare il Manifesto dell’ insurrezione del 25 aprile 1945 affisso sui muri di Genova.  Le bastonature squadriste non lo avevano piegato; anzi lo stimoleranno, molti anni dopo, a mettere mano ad opere teatrali quali “Un memorabile giorno di aprile”.  La sua è una scrittura semplice, senza ricercatezze stilistiche, financo intrisa di una certa ingenuità (l’ingenuità – oggi diremmo – d’altri tempi).  Una scrittura che spesso affronta, anche con tocchi di umorismo, impegnativi temi sociali.  Citiamo quanto viene sottolineato nella terza di copertina del suo “Messaggio ingenuo”: “Per Sopranzi la guerra da combattere è non solo contro la fame, è per i soffocati e sacri diritti della persona umana”.  Il fine ultimo di questa “guerra senza armi”, di stampo gandhiano, del Sopranzi,  non può essere che “ la liberazione dai parassitismi e dalle corruzioni, dalle manovre speculative in economia, da fanatismo e terrorismo e dalle angoscianti prospettive di pazzi riarmi” (ibid.).  Un accorato appello rivolto a giovani e anziani, a uomini e donne, a intellettuali, politici, popolo,  un avvertimento profetico, un coraggioso invito ad impegnarsi sempre nel sociale, soprattutto là dove cova l’emarginazione.  Un appello che a noi pare di estrema attualità.

        Norberto Sopranzi è uomo di fede.  La dottrina sociale della Chiesa lo accompagna nella ricerca di come vivere con pienezza e coerenza il proprio tempo.  Una fede mai esibita, una fede che non è diretta ad attirarsi le simpatie di “chi la pensa come me”, che non utilizza simboli e riti religiosi per conclamare la propria identità, che non solleva rosari per erigere steccati tra “chi la pensa come me” e  “chi non la pensa come me”.  Una fede che è, fondamentalmente, semplicità, umiltà, rispetto, servizio. Una vocazione al servizio e alla condivisione che da tempo, a Pegli, anima suo figlio Don Bruno – che prosegue con tenacia l’opera educativa intrapresa dal padre – ed il Circolo Culturale Norberto Sopranzi che si adopera da sempre per la valorizzazione del Ponente genovese.

Massimo Bramante

Massimo Bramante– Laureato con pieni voti et laude in Economia e Commercio (indirizzo economico-sociale) presso Università Studi di Genova. Ha lavorato presso Istituto di credito e svolto Corsi di formazione nazionali su Economia e Sociologia del lavoro. E’ stato giornalista pubblicista nel settore economico-finanziario. Ha collaborato in qualità di “cultore della materia” e membro di commissione d’esame presso le cattedre di Economia Internazionale ed Economia dell’integrazione europea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Studi di Genova. E’ statorelatore ed ha coordinato seminari ed incontri di studio su temi di “Etica finanziaria” e “Nuove economie”

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