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I racconti del Blue Avana – (6) Morte in porto

Morte in porto (Non tutte le storie finiscono bene)

di Pier Guido Quartero

Voi ci siete mai stati a Quezzi? Io ci sono andato l’altra settimana. Aldo, quello del Blue Avana, mi aveva detto che per il 1° Maggio voleva tenere chiuso e che se lo andavo a trovare su da lui c’aveva le fave pronte e poi mi faceva fare un giro per vedere i posti.

Così ho preso l’ottantadue e sono andato su dal Fereggiano. Sicu-ro che quando arrivi da Corso Sardegna ti passa anche un po’ la voglia. Tutte quelle case venute su nel dopoguerra ti fanno un po’ impressione. Meno male che per strada e nelle piazze c’è vita e sembra che comunque la gente ci stia bene, ma io non farei cam-bio con casa mia, lì vicino al Blue Avana, che poi sarebbe il bar di questo Aldo che stavo andando a trovare.

Però bisogna dire che, salendo, il posto migliora e, quando arrivi al capolinea, basta che prendi da Via Leamara, che poi Aldo mi ha detto che secondo lui viene da liammæa, che in genovese vuol dire letamaia, basta che prendi questa via Leamara, stavo dicendo, e vedi la torre di Quezzi e il Forte Richelieu e il Forte dei Ratti e la vecchia cava e il Forte di Quezzi e poi le colline con gli uliveti e le antiche case dei villeggianti.

Così ero abbastanza soddisfatto e quando sono arrivato nella ca-setta di Aldo, tra le fasce, ero ancora più contento perché le fave erano proprio giuste e anche il salame e la mostardella e il for-maggio sardo e il pane cotto in casa da sua moglie erano buoni. E anche Aldo era contento perché io mi ero tirato dietro tre botti-glie di quel vino che ho portato giù dalle vacanze in Valle d’Aosta che ha il profumo del moscato ma poi il sapore è secco e è proprio una bella sorpresa.

Insomma, siamo stati bene e poi è venuto quel suo amico che c’ha le chiavi del molinetto, giù sotto a via Mottachiusura, e siamo an-dati a vederlo e dentro c’era tutto come una volta e c’erano anche degli attrezzi da bugaixe, le lavandaie che facevano il bucato per le comunità e per i villeggianti. Uno si chiamava corda a scarcinello, e serviva a legare strette le fascine da portare per il fuoco sotto alle caldaie del bucato, e l’altro era il battueso, che è un bastone con la punta piatta per battere il bucato nel risciacquo. L’amico di Aldo mi ha spiegato che bollivano la biancheria con la cenere, la soda e il turchinetto, e poi la portavano al torrente, dove c’erano queste vasche ricavate nella roccia liscia, di fianco al corso dell’acqua. Lì si apriva la ciusa e si faceva entrare l’acqua che poi defluiva per un’altra canaletta. La bugaixa si metteva in mezzo a questa vasca, dentro a una botte vecchia tagliata a metà, e batteva i panni per sciacquarli. Poi dopo, mi hanno anche portato a vedere i resti di una di queste vasche, sotto al ponte di Pedegoli, e mi hanno anche fatto vedere le fasce lì vicino dove si piantavano le carasse per far asciugare il bucato.

Sicuro che non doveva essere un lavoro comodo, ma a quei tempi di lavori comodi ce n’erano pochi. L’amico di Aldo, quello del molinetto, mi ha raccontato che lì di agricoltura ce n’era poca, perché la terra non era buona, e che semmai si faceva un po’ di allevamento più su, sui pascoli verso Bavari. Per il resto si andava a giornata a lavorare nell’edilizia, oppure in porto.

A proposito del porto, c’era anche un altro amico di Aldo che alla fine era lì con noi e prima che venissimo via ci ha raccontato una storia triste. Finisce male, ma se volete ve la racconto lo stesso. Dunque, lui mi ha detto che Quezzi è nata fin dai tempi dei ro-mani come un punto di scambio di quella specie di autostrada che fino a cento anni fa era il crinale degli Appennini; infatti, mi dice-va sempre lui, i nomi delle famiglie più vecchie, quelle che c’erano prima che, dopo la guerra, arrivassero i calabresi e gli altri dal me-ridione, i nomi di queste famiglie, dicevo, erano di provenienza di altri posti collegati da questa via di crinale: Bargagli o magari an-che Chiavari. Si chiamavano Canessa e Traxino, per esempio. E gente così, tante volte, aveva una tradizione di famiglia nei tra-sporti, tant’è vero che lui alla fine è diventato tassista. Ma c’erano anche di quelli che i trasporti li facevano ancora coi cavalli, anche subito dopo la guerra. Quei cavalli grossi da far paura che tiravano i carri in porto. Ce n’erano due o tre, lì a Quezzi, che tutti i giorni se ne andavano giù a fare lo spostamento delle merci in banchina coi cavalli e i carri.

La storia triste gli è venuta in mente a questo punto, all’amico di Aldo. E gli è cambiata la faccia all’improvviso, come se gli fosse caduto addosso qualcosa. Tanto era allegro prima e tanto è diven-tato grigio dopo, ma ce l’ha voluta raccontare lo stesso, anche per-ché credo che voleva che lo consolassimo.

Dunque, è andata così. Si era verso il 1950, e lui faceva il tassista da poco. Un giorno era al varco del porto vicino a dove ora c’è la Cooperativa Negro e aspettava una persona, così stava a guardare quelli che lavoravano lì vicino e intanto si fumava una sigaretta. A un certo punto, ha visto arrivare un pianale, uno di quei carri sen-za sponde, tirato da tre di questi cavalloni normanni che ti mette-vano paura solo a guardarli. Il pianale era carico di balle di cotone e davanti ai cavalli, che teneva il primo per la cavezza, c’era un omone grosso in proporzione alle bestie, che veniva avanti tran-quillo. A un certo punto, l’amico di Aldo non mi ha saputo spie-gare bene il come o il perché, forse perché c’era maccaia e il fondo era viscido o forse per chissà quale altro dannato scherzo del de-stino, il primo cavallo è scivolato e stava rischiando di far rove-sciare tutto il carico. Il carrettiere, allora, sempre tenendo la ca-vezza e cercando di aiutare l’animale, si è piegato sotto al pianale per raggiungere il freno, che era sotto, verso la metà del carro. Qui è successo il patatrac, perché anche lui, tra tira e molla, è mezzo scivolato e insomma, è finito che la ruota l’ha preso e l’ha tirato giù.

L’amico di Aldo ce l’ha raccontata così: “Aveva uno squarcio pro-fondissimo sul fianco e si è capito subito che era una cosa che fi-niva male. Io ho immediatamente messo in moto il taxi e gliel’ho portato vicino e lo abbiamo caricato dietro e poi siamo venuti via e porca miseria io ero giovane e ero spaventato e insomma ho pre-so per San Martino e poi, all’altezza di Via Tolemaide, quell’altro che mi aveva aiutato e che era venuto dietro con il ferito mi ha detto: “L’é inutile che ti stæ a corї. Vanni pure cianìn, che tanto o l’è mor-to.”

E qui abbiamo capito perché ci teneva tanto a raccontarcela, anche se gli faceva ancora male, perché si è quasi messo a piangere e ha detto: “Io non lo so, ma forse ho sbagliato. Non dovevo prendere per San Martino. Dovevo andare a Sampierdarena. Forse ce la fa-cevo”. Poi non ha detto più niente e si è messo a guardarci con due occhi che facevano pietà, e noi gli abbiamo detto che lui aveva fatto tutto quello che poteva e che se la ferita era così profonda non c’era niente da fare e che l’importante era averci provato e che certe volte il destino è proprio cattivo ma bisogna saperlo accetta-re e tutto questo genere di cose.

Ma io ci scommetto le balle che quello lì, finché campa, tutte le volte che c’è un giorno di maccaia, quell’uomo lì se ne sta impala-to da qualche parte a guardare il mare e pensa che forse quello là lo poteva salvare.

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